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Tag Archives: peppe millanta

pescasseroli

Pescasseroli (Aq), 1.167 metri sopra il livello del mare, proprio nel cuore del Parco Nazionale d’Abruzzo; adagiato in una conca posta all’ingresso dell’Alta Valle del Sangro, il borgo è circondato da boschi centenari e montagne suggestive. È meta ogni anno di migliaia di turisti attratti dalle sue bellezze storiche e naturalistiche.

La parte più antica dell’abitato è costruita ai piedi di uno sperone, detto il “Pesco”, su cui si trovano i resti di un presidio che controllava l’altopiano denominato Castel Mancino.

Pescasseroli deve molta della sua importanza al tratturo che da qui portava a Candela, in Puglia. E quella via permise nei secoli lo scambio di idee, di credenze, e di manufatti. Come la Madonna Nera dell’Incoronata, probabilmente proveniente dall’Oriente, come altre dello stesso tipo, e arrivata fin qui grazie all’antico percorso.

Le telecamere Rai con Sem Cipriani si sono spinte fin qui insieme allo scrittore Peppe Millanta per una nuova puntata della rubrica a cura di Paolo Pacitti,“Quota Mille”.

“Oltre che per le sue bellezze naturalistiche, Pescasseroli è rinomata anche per aver dato i natali a Benedetto Croce, uno dei maggiori protagonisti della cultura italiana ed europea del ‘900. E proprio al suo ritorno qui, ormai adulto, donò il manoscritto di una delle sue opere più importanti: la Logica, che ora è custodito nell’archivio comunale. La fontana di San Rocco è uno dei simboli dell’avventura che più di tutte ha cambiato il destino recente delle nostre montagne: la nascita del Parco Nazionale d’Abruzzo. Avventura che si deve al sogno testardo di un visionario: Erminio Sipari” racconta Peppe Millanta.

Risiedeva a Pescasseroli, e da molti viene considerato uno dei padri dell’ambientalismo, che lottò per la salvaguardia della natura e per la tutela di animali in via d’estinzione come il camoscio e l’orso marsicano.

L’Alto Sangro, grazie al suo isolamento, aveva luoghi ancora incontaminati da preservare, e Sipari lavorava da questo paese per creare un’area naturale sul modello di Yellowstone.

La politica però rimase sorda ai suoi appelli, e Sipari allora si mosse in autonomia e prese in affitto 100 ettari che destinò a riserva protetta: si trattava del primo parco nazionale istituito in Italia, benché in forma privata.

“Ormai era fatta – spiega Millanta.– L’istituzionalizzazione arrivò nel 1923, e da allora il Parco è cresciuto in estensione e in iniziative. C’è una cosa che colpisce negli scritti di Sipari: l’idea che le meraviglie della natura facciano parte del patrimonio artistico di un paese. Una natura quindi da tutelare e ammirare come se fosse un’opera d’arte”. 

E a ricordare l’inizio di quella avventura ci sono soprattutto le numerose specie animali salvate dall’estinzione, e un modello di gestione diventato un punto di riferimento per tutto l’ambientalismo italiano.

Il viaggio tra i borghi d’Abruzzo continua su Buongiorno Regione; novità, curiosità e qualche piccola anticipazione sono sulla pagina Facebook  https://www.facebook.com/peppemillanta, dov’è possibile saperne di più anche sulla puntata dedicata a Pescasseroli.

by Redazione
Massimo Cuomo

Massimo Cuomo con Piccola osteria senza parole (E/o) sarà il protagonista del prossimo incontro previsto per venerdì 29 aprile alle ore 19 con il Gruppo di Lettura della Scuola Macondo – l’Officina delle Storie di Pescara.

Piccola osteria senza parole è un’epopea del Nordest, ricca di personaggi pronti a entrare nella leggenda ed è percorsa da un mistero che dà al romanzo una venatura di giallo.

Nell’osteria al confine tra Veneto e Friuli vivono uomini sghangherati e taciturni, bestemmiatori feroci, razzisti in superficie eppure profondamente altruisti.

Il bar è il cuore pulsante del paese, Scovazze, dove persino le slot machines hanno soprannomi improbabili – La Vecia, La Sopravvissuta, La Magnaschei – e la televisione resta sempre accesa sui mondiali di calcio (USA ’94), tra gli accaniti giocatori di briscola ed il superbo seno della proprietaria.

Su questo sfondo, la sera di venerdì 17 giugno, fa irruzione un enigmatico meridionale che con i suoi modi e i suoi segreti stravolgerà la vita degli abitanti del paese.

L’evento si terrà su zoom pertanto è possibile contattare il numero 3703525381 o scrivere a scuolamacondo@gmail.com per ricevere il link.

by Redazione
Frattura

Frattura, aggrappata a uno dei panorami più suggestivi d’Abruzzo, ricalca uno dei momenti più drammatici della regione Abruzzo. È posto a metà tra due mondi: da un lato il paesaggio lunare del Monte Genzana, dall’altra i boschi lussureggianti della Valle del Sagittario, con la vista unica sul lago di Scanno.

Frattura Vecchia, si trova a 1307 metri sopra il livello del mare, a qualche chilometro dal centro abitato di Scanno (L’Aquila): il borgo fu fondato dai conti Di Sangro intorno al X secolo e il nome deriva dalla frana, ancora oggi visibile, che in epoca preistorica sbarrò il sottostante fiume formando così il lago di Scanno. Le telecamere Rai con Sem Cipriani si sono spinte fin qui insieme allo scrittore Peppe Millanta per una nuova puntata della rubrica a cura di Paolo Pacitti,Quota Mille.

A differenza dei paesi vicini, che riportarono solo alcuni danni, Frattura fu completamente spazzata via dal terremoto del 1915, circostanza strana vista la lontananza dall’epicentro.

“La colpa fu proprio dell’antica frana su cui Frattura fu costruita: il materiale incoerente che viene smosso da una frana amplifica l’onda sismica, causando maggiori danni rispetto a edifici posti su un terreno roccioso –  spiega Peppe Millanta. – Fu una vera tragedia. Le vittime furono 120, quasi l’intera popolazione presente. Si trattava per lo più di donne e bambini, perché gli uomini transumavano in Puglia o erano emigrati negli Stati Uniti”. 

“Oggi l’unico abitante qui sembra essere il silenzio, e lo stupore nel vedere il paese restato immobile, come se fosse incastrato nell’ultimo frame della tragedia. Ma dove la storia di Frattura Vecchia finisce, inizia quella di Frattura Nuova” continua Millanta.

Dopo un periodo in cui gli abitanti furono spostati in un campo di casette prefabbricate, tra il 1932 e il 1936 fu infatti edificato il borgo nuovo. E a farlo fu Mussolini in persona: “Siamo in pieno regime fascista, e lo si nota dagli stilemi urbanistici tipici: gli edifici sono tutti perfettamente allineati e con linee pulite e semplici, mentre gli edifici pubblici sono posti al centro, come la chiesa e la scuola”.

Nel 1917 infatti, durante la Grande Guerra, Mussolini si trovava sul Carso quando durante un’esercitazione fu ferito da una pioggia di schegge. E pare che proprio in quel frangente fu salvato da un abitante di Frattura, all’epoca appena distrutta dal terremoto, che gli raccontò la sua sciagura. Dopo 20 anni il Duce saldò il suo debito costruendo tre caseggiati, marchiati con le prime tre lettere dell’alfabeto.

Oggi Frattura ospita il Museo delle Arti e delle Tradizioni Popolari, un vero e proprio museo etnografico dove viene raccontata la storia di Frattura Vecchia, e la costruzione del nuovo borgo.

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by Redazione
Santo Stefano di Sessanio

Santo Stefano di Sessanio (Aq), 1.251 metri sopra il livello del mare, si trova a ridosso del Gran Sasso: è una delle perle d’Abruzzo; vicino alla piana di Campo Imperatore, fa parte anche del Club dei Borghi più belli d’Italia.

Inoltre il borgo è compreso all’interno del Parco Nazionale del Gran Sasso e Monti della Laga.

Il paese venne eretto tra l’XI e il XII secolo sui ruderi di un pago chiamato Sextantia, da cui il nome attuale, che indicava la distanza di sei miglia romane da Peltuìnum, al tempo crocevia dei traffici che da Roma portavano sull’Adriatico.

Il nucleo centrale è l’imponente Torre, intorno alla quale il paese si è sviluppato con le caratteristiche case-torri e case-mura medievali.

Le telecamere Rai con Sem Cipriani si sono spinte fin qui insieme allo scrittore Peppe Millanta per una nuova puntata della rubrica a cura di Paolo Pacitti, Quota Mille.

“Una curiosità romantica – spiega lo scrittore – tra i suggestivi vicoli di Santo Stefano potreste imbattervi in un piccolo passaggio chiamato Buscella. Si racconta che nel medioevo i giovani innamorati si dessero appuntamento proprio qui per rubarsi baci fugaci, approfittando della strettoia che li costringeva a sfiorarsi”.

“Santo Stefano di Sessanio – prosegue Millanta – raggiunse il suo massimo splendore alla fine del ‘500, quando divenne possedimento della potente famiglia dei Medici che giunse qui attratta dalle numerose greggi presenti e in particolare dalla “carfagna”, una lana molto pregiata per il tempo, morbida e naturalmente colorata per la presenza di pecore nere, che veniva utilizzata per le uniformi militari e per il saio dei monaci e venduta in tutta Europa”.

Santo Stefano divenne così la base operativa dei Medici: la lana veniva prodotta qui e poi lavorata a Firenze; oggi quella qualità di pecore non viene più allevata, ma Santo Stefano ha recuperato la sua tradizione.

La famiglia dei Medici è ricordata soprattutto per le banche, ma il loro potere si fondava soprattutto sulla filiera della lana: una vera e propria macchina di consenso, che dava lavoro a moltissimi fiorentini che hanno sostenuto la famiglia in molti momenti critici, come la “congiura dei Pazzi”.

Il viaggio tra i borghi d’Abruzzo continua su Buongiorno Regione; novità, curiosità e qualche piccola anticipazione sono sulla pagina Facebook https://www.facebook.com/peppemillanta, dov’è possibile saperne di più anche sulla puntata dedicata a Santo Stefano di Sessanio.

by Redazione
Rovere

Rovere 1.432 metri sopra il livello del mare, frazione del comune di Rocca di Mezzo (Aq): sorge ai piedi della catena montuosa del Sirente sull’altopiano delle Rocche, in un reticolo di centri turistici e note stazioni sciistiche come i Piani di Pezza, Campo Felice e il Monte Magnola.

Il nome deriva da Robur, una varietà di quercia che nasce proprio a queste altezze.

Il paese ha origine antichissima, posto al confine tra il territorio dei Vestini e quello dei Marsi, sulla strada che oggi congiunge l’Aquila con il Fucino. In epoca medievale, nella sua parte più alta, fu costruita una fortezza triangolare con tre torrette di guardia a controllo dell’altipiano chiamato Castello Frangipane. Oggi non restano che i resti di una delle tre, che però restituiscono il suo ruolo di vedetta.

Rovere ospita poi il Centro Visita dedicato al Camoscio e l’annessa Area Faunistica, entrambi gestiti dal Parco Regionale del Sirente Velino che le telecamere Rai con Sem Cipriani hanno visitato insieme allo scrittore Peppe Millanta per una nuova puntata della rubrica a cura di Paolo Pacitti, Quota Mille.

La specie simbolo d’Abruzzo fu scoperta nel 1899, distinguendola dal camoscio alpino, con cui veniva confuso, ed è stata a più riprese a rischio estinzione. Nel 1913, per fare fronte a questa emergenza, fu istituita anche una legge che ne vietava la caccia, la prima del genere in Italia, ma non bastò: negli anni venti non si contavano che pochissimi esemplari.

“La svolta – spiega Millanta – si ebbe con l’istituzione del Parco Nazionale d’Abruzzo, nel 1922, che salvò quanto rimasto e permise a questo animale di crescere di numero. Oggi in Abruzzo, grazie a un gioco di squadra tra i vari parchi, si contano circa 3200 animali, divisi in 5 colonie. E da qui è possibile ammirarli in semilibertà, prima del rilascio in natura”.  

Il viaggio tra i borghi d’Abruzzo continua su Buongiorno Regione; novità, curiosità e qualche piccola anticipazione sono sulla pagina Facebook  https://www.facebook.com/peppemillanta, dov’è possibile saperne di più anche sulla puntata dedicata alla frazione di Rovere.

 

by Redazione
Forme

Forme, 1.020 metri sopra il livello del mare, frazione del comune di Massa d’Albe (Aq). Situata alle pendici del Monte Velino, si trova al centro della Marsica, tra il sito archeologico di Alba Fucens e la stazione sciistica di Ovindoli, non lontano dalla piana del Fucino; lo scrittore abruzzese Peppe Millanta, insieme a Sem Cipriani e le telecamere Rai, ha raggiunto questo caratteristico luogo per una nuova puntata della rubrica a cura di Paolo Pacitti, Quota Mille.

Il paese è posto in una posizione vantaggiosa, su un’altura vicina alle vie di transito, tanto che nel ‘700 era uno dei centri più importanti della zona, prima dello spopolamento del dopoguerra.

Grazie alla sua natura selvaggia, Forme fu scelta più volte come scenario di film che necessitavano di un non-tempo e di un non-luogo.

Il colossal “La Bibbia”, ad esempio, diretto nel 1966 da John Huston, uno dei maestri del cinema hollywoodiano degli anni d’oro. E il “Deserto dei Tartari”, il film tratto dal romanzo dello scrittore Dino Buzzati, opera che lo consacrò tra i grandi scrittori del ‘900.

Come spiega Millanta: “Proprio a Forme, a fine ‘800, gli occhi di un bambino hanno imparato a lasciarsi sorprendere dalle meraviglie dell’Universo. Sono quelli di Domenico Pacini, uno dei primi ‘Nobel mancati’ italiani”.

Fisico, meteorologo, membro dell’Accademia dei Lincei, collaboratore di Guglielmo Marconi, è stata una delle menti più brillanti del ‘900, che contribuì a risolvere uno dei più grandi misteri della fisica: l’origine della radioattività naturale sulla Terra.

“L’ipotesi più accreditata al tempo – prosegue Millanta – era che questa radioattività, da poco scoperta, provenisse dalla crosta terrestre. Pacini però iniziò a misurarla al di sotto degli specchi d’acqua, e scoprì che più si scendeva in profondità, più la radiazione diminuiva. In qualche modo, quindi, la radiazione doveva provenire dall’alto e avere una origine extra-terrestre: è la scoperta dei raggi cosmici”.

Pacini pubblica i suoi risultati a febbraio del 1912, mentre a settembre dello stesso anno un austriaco, Victor Hess, grazie a delle mongolfiere scopre che l’intensità della radiazione aumenta al crescere dell’altezza.

I loro risultati furono accettati soltanto nel 1936, quando Hess riceve il Premio Nobel per la Fisica. Pacini purtroppo non era candidabile perché morto già da due anni, pur essendo il suo contributo riconosciuto nella motivazione.

E oggi l’uomo che scoprì i raggi cosmici è sepolto nel cimitero di Forme. Nel luogo dove i suoi occhi di bambino impararono a stupirsi delle meraviglie dell’Universo, che grazie al suo contributo divenne meno oscuro.

by Redazione
Silvia Cossu

Silvia Cossu sarà la protagonista del prossimo incontro previsto per venerdì 25 marzo alle ore 19 con il Gruppo di Lettura della Scuola Macondo – l’Officina delle Storie di Pescara, scuola fondata e diretta dallo scrittore abruzzese Peppe Millanta.

Durante l’incontro che vedrà la presentazione del suo romanzo “Il Confine” della Neo Edizioni, interverrà anche l’editore Francesco Coscioni.

In questo romanzo una scrittrice mette al servizio degli altri il proprio talento. Scrive biografie per personaggi caduti in malora che vogliono raccontare la propria esistenza sotto una luce diversa: “è vero che sfrutto la vanità altrui, ma il risultato produce un conforto duraturo: la vanità è il motore morale del nostro tempo, la sua etica privata”.

Viene ingaggiata da un uomo al culmine dell’ascesa sociale e professionale, un luminare che ha rivoluzionato il mondo della psichiatria e che, a differenza dei soliti committenti, non le chiede di magnificare la storia della sua vita, quanto di raccontare la verità che l’attraversa.

Il Confine è il corpo a corpo di una donna nell’ombra con un uomo di fama internazionale la cui figura, incontro dopo incontro, diventa sempre più inafferrabile; è la discesa in un mondo rarefatto e conturbante in cui le certezze si sgretolano, un disegno dove le identità e le fragilità si sovrappongono, quasi a sostituirsi.

L’evento si terrà su zoom pertanto è possibile contattare il numero 3703525381 o scrivere a scuolamacondo@gmail.com per ricevere il link.

 

by Redazione
Collebrincioni

Collebrincioni, 1.125 metri sopra il livello del mare, frazione dell’Aquila: ubicata sotto il massiccio del Gran Sasso, è un luogo che è stato testimone di molti degli eventi storici avvenuti nella conca aquilana. È posta a nord del capoluogo, al confine con il Parco Nazionale del Gran Sasso e Monti della Laga.

L’origine dell’insediamento è molto antica: sulla sommità di Monte Verdone si rilevano infatti i resti di un centro fortificato.

Le telecamere Rai con Sem Cipriani insieme allo scrittore Peppe Millanta hanno raggiunto questa frazione per la rubrica a cura di Paolo Pacitti,Quota Mille e come spiega Millanta: Collebrincioni è rinomata per essere stato a lungo il possedimento della ricca famiglia dei Branconio, da cui il paese prende parte del nome, di cui faceva parte Giovanni Battista Branconio, uno degli uomini più potenti della Roma cinquecentesca. Era amico stretto, tra gli altri, di Raffaello, che lo omaggiò addirittura dipingendolo nel suo “Autoritratto con un amico”, e al quale commissionò l’opera della Visitazione per la cappella di famiglia all’Aquila, che fu poi però presa dagli spagnoli e portata a Madrid”.   

Collebrincioni fu rasa al suolo dal terremoto del 1703 e ricostruita tra due alture, che la fecero sviluppare lungo i suoi pendii ed il nome di Collebrincioni è indissolubilmente legato alla strage compiuta nel ’43, ricordata come l’Eccidio dei IX Martiri.

“È il 23 settembre – racconta Millanta – Mussolini è stato da poco liberato dai tedeschi nel vicino Gran Sasso, e i nazisti hanno occupato l’Aquila allestendovi il proprio comando. Per paura di essere costretti ad arruolarsi, molti giovani aquilani lasciano la città per rifugiarsi in montagna, e in alcuni casi con i partigiani. Tra questi, un gruppo di nove amici, che deve raggiungere Collebrincioni per incontrarsi con il colonnello D’Inzillo, padre di uno dei nove, che li porterà al Bosco Martese dove si sta organizzando la resistenza”. 

“I ragazzi – prosegue – arrivano di notte e si mettono ad aspettare. Nessuno dorme per l’eccitazione. Ma le voci che sentono l’indomani sono quelle dei tedeschi, che stanno compiendo un rastrellamento. I ragazzi sono in trappola. Provano a resistere per alcune ore, poi fuggono ma uno di loro viene ferito. Gli altri non lo abbandonano, tornano indietro e tutti e nove vengono catturati e portati proprio qui, a questa fonte poi a l’Aquila dove sono sommariamente interrogati. Sono costretti a scavare due grandi fosse prima di essere fucilati e buttati dentro. La notizia dell’eccidio fu tenuta segreta per timore di ritorsioni. Fu raccontato che i ragazzi erano stati deportati, e le salme furono ritrovate soltanto l’anno dopo, tra la commozione dell’intera città”.

E oggi Collebrincioni ricorda quanto avvenuto con un cippo, che racconta il destino di quei nove ragazzi, tutti tra i 17 e i 20 anni, che trovarono la morte lì dove cercavano salvezza.

by Redazione
crognaleto

Crognaleto (Te) 1.105 metri sopra il livello del mare: le telecamere Rai con Sem Cipriani insieme allo scrittore Peppe Millanta visitano una delle 21 frazioni dell’omonimo comune per la rubrica a cura di Paolo Pacitti,“Quota Mille”.

Crognaleto è situato nella parte più alta della montagna teramana, tra il Gran Sasso e il Monte Gorzano. Si trova su di un elevato altopiano ricco di pascoli, di boschi e di scroscianti acque, all’interno del Parco del Gran Sasso e dei Monti della Laga.

Il nome deriva dal termine dialettale ‘crognale’, che significa corniolo, un albero da frutto spontaneo che abbondava in zona.

La storia di questo grande territorio è antichissima e di grande prestigio: sono infatti presenti tracce umane del neolitico, e molti degli insediamenti risalgono all’epoca pre-romana. Il periodo più florido si ebbe però nel medioevo, quando tutta l’area passò sotto gli Acquaviva di Atri, interessati alla posizione strategica del territorio, passaggio all’epoca obbligato che univa l’Aquila e Teramo.

C’è un santuario dal nome curioso a Crognaleto: la Madonna della Tibia.

Si tratta di una suggestiva chiesetta rupestre posta ai piedi di uno sperone di roccia. Fu edificata nel 1617 come ci racconta l’epigrafe presente al centro della facciata, firmata da un certo Berardino Paolini.

Come spiega Millanta: “Un’antica leggenda popolare lega il culto proprio a questo personaggio. Si tratterebbe di un mercante di Amatrice, che sarebbe precipitato proprio qui con tutto il suo carico in un burrone. Terrorizzato, avrebbe allora invocato la Madonna, cavandosela con la sola frattura della tibia e salvando il carico. Per la grazia ricevuta, avrebbe quindi fatto edificare questa chiesetta. Leggenda appunto. In realtà il nome deriva da Tibbla, un insediamento presente qui vicino, e Berardino Paolini non era altri che il parroco di Crognaleto, che fece edificare la chiesetta per traslarvi un’icona mariana, oggi ospitata in un’altra chiesa”.

Resta comunque intatto il fascino di questo luogo, un tempo luogo di passaggio: ecco perché alla chiesetta fu annessa una locanda, per il ristoro dei viandanti e il riposo dei pellegrini.

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by Redazione
mascioni

Mascioni (Aq) 1.329 metri sul livello del mare, frazione del comune di Campotosto: offre un suggestivo paesaggio incontaminato, immerso nella più assoluta tranquillità.

Il centro è situato nel Parco del Gran Sasso ed è scelto ogni anno da numerosi turisti che ne apprezzano la posizione e i panorami.

Una leggenda racconta che legato a questi luoghi fosse Ettore Fieramosca, il leggendario condottiero della Disfida di Barletta, che nel 1503 vide fronteggiarsi 13 cavalieri italiani e 13 cavalieri francesi in uno scontro per l’onore.

Il confronto finì con l’insperata vittoria degli italiani, e l’evento divenne l’emblema del patriottismo e fu riutilizzato più volte nel tempo: durante il risorgimento, grazie al romanzo di Massimo D’Azeglio, e durante il fascismo, con la trasposizione cinematografica a cura di Alessandro Blasetti.

“Legata a questa leggenda ce n’è un’altra sul nome di Mascioni”-spiega lo scrittore abruzzese Peppe Millanta che, insieme a Sem Cipriani e le telecamere Rai, ha raggiunto questa caratteristica frazione per una nuova puntata della rubrica a cura di Paolo Pacitti, Quota Mille.

“Questa leggenda – prosegue – racconta che quando Ettore Fieramosca partì per la disfida, i nemici ne approfittarono per distruggerne il paese, costringendo gli abitanti superstiti a “rammascionarsi”, cioè a unirsi insieme. Da cui il nome di Mascioni. Sono entrambe leggende, è ovvio. Ma sicuramente hanno plasmato e hanno tanto da raccontarci di un luogo e dei suoi abitanti”.

Mascioni è posta sul meraviglioso lago di Campotosto, il più grande lago artificiale d’Italia e il secondo in Europa, con la sua caratteristica forma a Y.

Si trova a più di 1300 metri d’altezza, ha una superficie di 1400 ettari e raggiunge una profondità massima di 35 metri. Un tempo, dove ora c’è l’acqua, c’era una conca coltivata e utilizzata per il pascolo, fino a quando non fu sfruttata per realizzare energia elettrica.

I lavori per la costruzione delle dighe iniziarono nel 1939, e oggi il lago di Campotosto, sfruttando un dislivello di quasi 300 metri, alimenta gli impianti idroelettrici della Valle del Vomano. Ma soprattutto, ospita un’area naturale protetta dedicata al popolamento animale.

L’ecosistema della Riserva infatti è favorevole alla avifauna, ed è diventata una sorta di grande pista d’atterraggio per gli uccelli migratori che seguono per i loro spostamenti la dorsale montuosa: un luogo franco per numerose specie di uccelli rari in Abruzzo come la gru e l’oca selvatica, che compiono ogni anno centinaia di chilometri trovando qui ristoro.

Come sottolinea Millanta: “Quello che colpisce è il panorama unico. Ogni anno il lago è meta di migliaia di turisti che vengono a rifugiarsi qui, in questa oasi di azzurro e di verde. D’inverno poi, la vista del lago ghiacciato offre uno spettacolo assolutamente incredibile”.

by Redazione