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Tag Archives: turismo abruzzo

sperone

Sperone, con la sua storia costellata da continui e repentini mutamenti, è l’emblema di molti degli sconvolgimenti che sono avvenuti nella Marsica.

Situato alle porte del Parco Nazionale d’Abruzzo, Lazio e Molise, la sua vicenda è oggi una testimonianza unica del territorio abruzzese.

Borgo Sperone, frazione di Gioia dei Marsi (Aq), “al di sotto della nostra QuotaMille: questa storia, infatti, parte da molto molto più in alto. Esattamente da qui, da quello che era l’antico borgo di Sperone, oggi chiamato Torre Sperone, posto a 1224 m.s.l.m., a cavallo tra la valle del Giovenco e la piana del Fucino”.

Così lo scrittore abruzzese Peppe Millanta, illustra “l’area protagonista” di una nuova puntata di Quota Mille, rubrica a cura di Paolo Pacitti e le telecamere Rai con Sem Cipriani.

Il nome deriverebbe da quello di due antichi castelli presenti un tempo nella zona: Sparnasio e Asinio, che si unirono formando il primo centro abitato, chiamato nel medioevo Speron d’Asino.

Caratteristica è la sua torre, costruita dai conti dei Marsi per controllare il vicino passo. Era in collegamento visivo con analoghe strutture militari che all’epoca cingevano tutto il lago Fucino.

“Venute meno le esigenze difensive – spiega Millanta – il borgo perse a poco a poco di importanza. Ma il colpo definitivo lo ebbe il 13 gennaio del 1915, con il terremoto della Marsica”.

S’è fatta d’improvviso una fitta nebbia. I soffitti si aprivano lasciando cadere il gesso. Tutto questo è durato venti secondi, al massimo trenta. Quando la nebbia di gesso si è dissipata, c’era davanti a noi un mondo nuovo…

così Ignazio Silone racconta quanto avvenuto durante il terremoto della Marsica. Venti secondi che distrussero tutto. E Sperone non fu da meno. Anzi: la terminazione meridionale della faglia, ancora oggi visibile, terminava proprio sotto di lei. Non rimase nulla.

Per questa ragione si decise di non ricostruire l’abitato nello stesso sito, ritenuto troppo pericoloso, ma di spostarlo più a valle.

“Furono costruite perciò queste casette dove la popolazione superstite si insediò, in quella che venne chiamata Sperone Nuovo. La vita però continuava ad essere difficile, tanto che gli abitanti dovettero farsi sentire per farsi costruire almeno una strada che potesse permettere l’arrivo di figure fondamentali come medico, maestri e ostetrici” racconta lo scrittore.

Ma il viaggio di questo borgo, questo suo rotolare verso il basso, non era ancora terminato: negli anni ’60, per le mutate condizioni economiche, la popolazione fu spostata infatti ancora più a valle, in un incasato costruito appositamente per loro e più comodo a livello di servizi: Borgo Sperone, proprio di fianco a Gioia dei Marsi.

Si tratta dell’ultima tappa di un viaggio iniziato più di 100 anni fa, che in un percorso ideale racconta tanto dei cambiamenti avvenuti in Abruzzo nel ‘900. Un viaggio quindi a ritroso nel tempo e soprattutto nella memoria.

Il viaggio tra i borghi d’Abruzzo continua su Buongiorno Regione; novità, curiosità e qualche piccola anticipazione sono sulla pagina Facebook https://www.facebook.com/peppemillanta, dov’è possibile saperne di più anche sulla puntata dedicata a Sperone.

by Redazione
Santo Stefano di Sessanio

Santo Stefano di Sessanio (Aq), 1.251 metri sopra il livello del mare, si trova a ridosso del Gran Sasso: è una delle perle d’Abruzzo; vicino alla piana di Campo Imperatore, fa parte anche del Club dei Borghi più belli d’Italia.

Inoltre il borgo è compreso all’interno del Parco Nazionale del Gran Sasso e Monti della Laga.

Il paese venne eretto tra l’XI e il XII secolo sui ruderi di un pago chiamato Sextantia, da cui il nome attuale, che indicava la distanza di sei miglia romane da Peltuìnum, al tempo crocevia dei traffici che da Roma portavano sull’Adriatico.

Il nucleo centrale è l’imponente Torre, intorno alla quale il paese si è sviluppato con le caratteristiche case-torri e case-mura medievali.

Le telecamere Rai con Sem Cipriani si sono spinte fin qui insieme allo scrittore Peppe Millanta per una nuova puntata della rubrica a cura di Paolo Pacitti, Quota Mille.

“Una curiosità romantica – spiega lo scrittore – tra i suggestivi vicoli di Santo Stefano potreste imbattervi in un piccolo passaggio chiamato Buscella. Si racconta che nel medioevo i giovani innamorati si dessero appuntamento proprio qui per rubarsi baci fugaci, approfittando della strettoia che li costringeva a sfiorarsi”.

“Santo Stefano di Sessanio – prosegue Millanta – raggiunse il suo massimo splendore alla fine del ‘500, quando divenne possedimento della potente famiglia dei Medici che giunse qui attratta dalle numerose greggi presenti e in particolare dalla “carfagna”, una lana molto pregiata per il tempo, morbida e naturalmente colorata per la presenza di pecore nere, che veniva utilizzata per le uniformi militari e per il saio dei monaci e venduta in tutta Europa”.

Santo Stefano divenne così la base operativa dei Medici: la lana veniva prodotta qui e poi lavorata a Firenze; oggi quella qualità di pecore non viene più allevata, ma Santo Stefano ha recuperato la sua tradizione.

La famiglia dei Medici è ricordata soprattutto per le banche, ma il loro potere si fondava soprattutto sulla filiera della lana: una vera e propria macchina di consenso, che dava lavoro a moltissimi fiorentini che hanno sostenuto la famiglia in molti momenti critici, come la “congiura dei Pazzi”.

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by Redazione
Rovere

Rovere 1.432 metri sopra il livello del mare, frazione del comune di Rocca di Mezzo (Aq): sorge ai piedi della catena montuosa del Sirente sull’altopiano delle Rocche, in un reticolo di centri turistici e note stazioni sciistiche come i Piani di Pezza, Campo Felice e il Monte Magnola.

Il nome deriva da Robur, una varietà di quercia che nasce proprio a queste altezze.

Il paese ha origine antichissima, posto al confine tra il territorio dei Vestini e quello dei Marsi, sulla strada che oggi congiunge l’Aquila con il Fucino. In epoca medievale, nella sua parte più alta, fu costruita una fortezza triangolare con tre torrette di guardia a controllo dell’altipiano chiamato Castello Frangipane. Oggi non restano che i resti di una delle tre, che però restituiscono il suo ruolo di vedetta.

Rovere ospita poi il Centro Visita dedicato al Camoscio e l’annessa Area Faunistica, entrambi gestiti dal Parco Regionale del Sirente Velino che le telecamere Rai con Sem Cipriani hanno visitato insieme allo scrittore Peppe Millanta per una nuova puntata della rubrica a cura di Paolo Pacitti, Quota Mille.

La specie simbolo d’Abruzzo fu scoperta nel 1899, distinguendola dal camoscio alpino, con cui veniva confuso, ed è stata a più riprese a rischio estinzione. Nel 1913, per fare fronte a questa emergenza, fu istituita anche una legge che ne vietava la caccia, la prima del genere in Italia, ma non bastò: negli anni venti non si contavano che pochissimi esemplari.

“La svolta – spiega Millanta – si ebbe con l’istituzione del Parco Nazionale d’Abruzzo, nel 1922, che salvò quanto rimasto e permise a questo animale di crescere di numero. Oggi in Abruzzo, grazie a un gioco di squadra tra i vari parchi, si contano circa 3200 animali, divisi in 5 colonie. E da qui è possibile ammirarli in semilibertà, prima del rilascio in natura”.  

Il viaggio tra i borghi d’Abruzzo continua su Buongiorno Regione; novità, curiosità e qualche piccola anticipazione sono sulla pagina Facebook  https://www.facebook.com/peppemillanta, dov’è possibile saperne di più anche sulla puntata dedicata alla frazione di Rovere.

 

by Redazione
Forme

Forme, 1.020 metri sopra il livello del mare, frazione del comune di Massa d’Albe (Aq). Situata alle pendici del Monte Velino, si trova al centro della Marsica, tra il sito archeologico di Alba Fucens e la stazione sciistica di Ovindoli, non lontano dalla piana del Fucino; lo scrittore abruzzese Peppe Millanta, insieme a Sem Cipriani e le telecamere Rai, ha raggiunto questo caratteristico luogo per una nuova puntata della rubrica a cura di Paolo Pacitti, Quota Mille.

Il paese è posto in una posizione vantaggiosa, su un’altura vicina alle vie di transito, tanto che nel ‘700 era uno dei centri più importanti della zona, prima dello spopolamento del dopoguerra.

Grazie alla sua natura selvaggia, Forme fu scelta più volte come scenario di film che necessitavano di un non-tempo e di un non-luogo.

Il colossal “La Bibbia”, ad esempio, diretto nel 1966 da John Huston, uno dei maestri del cinema hollywoodiano degli anni d’oro. E il “Deserto dei Tartari”, il film tratto dal romanzo dello scrittore Dino Buzzati, opera che lo consacrò tra i grandi scrittori del ‘900.

Come spiega Millanta: “Proprio a Forme, a fine ‘800, gli occhi di un bambino hanno imparato a lasciarsi sorprendere dalle meraviglie dell’Universo. Sono quelli di Domenico Pacini, uno dei primi ‘Nobel mancati’ italiani”.

Fisico, meteorologo, membro dell’Accademia dei Lincei, collaboratore di Guglielmo Marconi, è stata una delle menti più brillanti del ‘900, che contribuì a risolvere uno dei più grandi misteri della fisica: l’origine della radioattività naturale sulla Terra.

“L’ipotesi più accreditata al tempo – prosegue Millanta – era che questa radioattività, da poco scoperta, provenisse dalla crosta terrestre. Pacini però iniziò a misurarla al di sotto degli specchi d’acqua, e scoprì che più si scendeva in profondità, più la radiazione diminuiva. In qualche modo, quindi, la radiazione doveva provenire dall’alto e avere una origine extra-terrestre: è la scoperta dei raggi cosmici”.

Pacini pubblica i suoi risultati a febbraio del 1912, mentre a settembre dello stesso anno un austriaco, Victor Hess, grazie a delle mongolfiere scopre che l’intensità della radiazione aumenta al crescere dell’altezza.

I loro risultati furono accettati soltanto nel 1936, quando Hess riceve il Premio Nobel per la Fisica. Pacini purtroppo non era candidabile perché morto già da due anni, pur essendo il suo contributo riconosciuto nella motivazione.

E oggi l’uomo che scoprì i raggi cosmici è sepolto nel cimitero di Forme. Nel luogo dove i suoi occhi di bambino impararono a stupirsi delle meraviglie dell’Universo, che grazie al suo contributo divenne meno oscuro.

by Redazione
Collebrincioni

Collebrincioni, 1.125 metri sopra il livello del mare, frazione dell’Aquila: ubicata sotto il massiccio del Gran Sasso, è un luogo che è stato testimone di molti degli eventi storici avvenuti nella conca aquilana. È posta a nord del capoluogo, al confine con il Parco Nazionale del Gran Sasso e Monti della Laga.

L’origine dell’insediamento è molto antica: sulla sommità di Monte Verdone si rilevano infatti i resti di un centro fortificato.

Le telecamere Rai con Sem Cipriani insieme allo scrittore Peppe Millanta hanno raggiunto questa frazione per la rubrica a cura di Paolo Pacitti,Quota Mille e come spiega Millanta: Collebrincioni è rinomata per essere stato a lungo il possedimento della ricca famiglia dei Branconio, da cui il paese prende parte del nome, di cui faceva parte Giovanni Battista Branconio, uno degli uomini più potenti della Roma cinquecentesca. Era amico stretto, tra gli altri, di Raffaello, che lo omaggiò addirittura dipingendolo nel suo “Autoritratto con un amico”, e al quale commissionò l’opera della Visitazione per la cappella di famiglia all’Aquila, che fu poi però presa dagli spagnoli e portata a Madrid”.   

Collebrincioni fu rasa al suolo dal terremoto del 1703 e ricostruita tra due alture, che la fecero sviluppare lungo i suoi pendii ed il nome di Collebrincioni è indissolubilmente legato alla strage compiuta nel ’43, ricordata come l’Eccidio dei IX Martiri.

“È il 23 settembre – racconta Millanta – Mussolini è stato da poco liberato dai tedeschi nel vicino Gran Sasso, e i nazisti hanno occupato l’Aquila allestendovi il proprio comando. Per paura di essere costretti ad arruolarsi, molti giovani aquilani lasciano la città per rifugiarsi in montagna, e in alcuni casi con i partigiani. Tra questi, un gruppo di nove amici, che deve raggiungere Collebrincioni per incontrarsi con il colonnello D’Inzillo, padre di uno dei nove, che li porterà al Bosco Martese dove si sta organizzando la resistenza”. 

“I ragazzi – prosegue – arrivano di notte e si mettono ad aspettare. Nessuno dorme per l’eccitazione. Ma le voci che sentono l’indomani sono quelle dei tedeschi, che stanno compiendo un rastrellamento. I ragazzi sono in trappola. Provano a resistere per alcune ore, poi fuggono ma uno di loro viene ferito. Gli altri non lo abbandonano, tornano indietro e tutti e nove vengono catturati e portati proprio qui, a questa fonte poi a l’Aquila dove sono sommariamente interrogati. Sono costretti a scavare due grandi fosse prima di essere fucilati e buttati dentro. La notizia dell’eccidio fu tenuta segreta per timore di ritorsioni. Fu raccontato che i ragazzi erano stati deportati, e le salme furono ritrovate soltanto l’anno dopo, tra la commozione dell’intera città”.

E oggi Collebrincioni ricorda quanto avvenuto con un cippo, che racconta il destino di quei nove ragazzi, tutti tra i 17 e i 20 anni, che trovarono la morte lì dove cercavano salvezza.

by Redazione
Pianella

Pianella, il borgo del Pescarese a forma di cuore: è la sorprendente scoperta fatta da un drone che ha immortalato la fiabesca immagine della cittadina innevata.

Uno scatto diventato subito virale e realizzato da Mirco Planamente dell’agenzia di comunicazione Mediaplus da sempre impegnata nella promozione del territorio locale e regionale.

Nonostante quello passato sia stato un weekend difficile sotto il profilo meteorologico (che ha visto proprio Pianella tra i territori più colpiti), lo scatto restituisce anche la bellezza e la magia che solo un paesaggio innevato sa regalare.

Dunque, l’Abruzzo terra forte e gentile: dopo il lago di Scanno, anche Pianella dimostra come il cuore, sia per noi abruzzesi un simbolo che ci rappresenta a pieno.

by mediaplus.adv
Gioia Vecchio

Gioia Vecchio (Aq) 1.404 metri sopra il livello del mare; a qualche chilometro dal centro abitato di Gioia dei Marsi è un piccolo borgo dell’Appennino centrale, di quelli che maggiormente hanno risentito dell’emigrazione tanto da essere oggi completamente disabitato.

Conserva però intatto il fascino di un tempo, e oggi è un piccolo paradiso all’interno del Parco Nazionale d’Abruzzo, Lazio e Molise.

Il borgo fu edificato probabilmente dopo l’invasione dei Saraceni, durante il X secolo, che arrivarono qui seguendo il fiume Sangro, la cui sorgente dista pochi chilometri.

A seguito di quell’evento gli abitanti della zona decisero di unirsi fondando questo centro, ritenuto più sicuro, perché situato in posizione dominante rispetto all’importante Passo del Diavolo, che collega il Fucino con la zona di Pescasseroli.

“Un periodo florido si ebbe con la transumanza, che passava proprio di qui, ma già a metà del ‘700 le mutate condizioni socio-economiche convinsero gli abitanti a scendere a valle costruendo il nuovo borgo di Manaforno, l’attuale Gioia dei Marsi – spiega lo scrittore abruzzese Peppe Millanta che, insieme a Sem Cipriani e le telecamere Rai, ha raggiunto questo caratteristico luogo per una nuova puntata della rubrica a cura di Paolo Pacitti,Quota Mille. – Il colpo di grazia definitivo però si ebbe nell’800, con il prosciugamento del Fucino: a poco a poco gli abitanti si spostarono tutti vicino ai nuovi terreni resi coltivabili”.

Il paese risulta quindi oggi totalmente disabitato. Ma è un luogo di grande suggestione, apparentemente senza tempo:

“Se vi trovate a passare di qui – prosegue Millanta – sicuramente rimarrete colpiti dalla chiesa di San Vincenzo, una vera e propria cattedrale nel deserto. Risale al 1749 e fu distrutta dai bombardamenti durante la seconda guerra mondiale per poi essere ricostruita rispettando l’architettura originaria”.

Una pietra posta ai suoi piedi suona oggi ironica: “Dove risorge la Chiesa Rinasce il Paese”.

La perla del luogo però è sicuramente il belvedere, che si apre su uno dei luoghi più suggestivi del Parco: la zona è infatti tra le più selvagge e vede il transito di numerosissime specie animali protette, tra cui l’orso bruno marsicano, che frequenta la zona per la presenza di vecchi alberi da frutta ormai abbandonati, di cui è ghiotto.

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Sella di Corno

Sella di Corno, 1.005 metri sul livello del mare, frazione del comune di Scoppito (Aq) ultimo paese dell’Abruzzo al confine con il Lazio: si trova al centro della fertile Valle di Corno, luogo incantevole e suggestivo; è sempre stato un passaggio obbligato nell’Appennino, tra il gruppo montuoso del Monte Calvo a nord e quello di Monte Nuria a sud.

Secondo la tradizione il borgo nacque a seguito della distruzione della vicina Amiternum, i cui abitanti furono sparpagliati nella zona, alcuni dei quali trovarono rifugio proprio qui: ci si trova nella zona più a sud di quello che un tempo era il territorio dei Sabini, antico popolo che si contese a lungo queste terre con i romani.

Come spiega lo scrittore abruzzese Peppe Millanta che, insieme a Sem Cipriani e le telecamere Rai, ha raggiunto questa frazione per una nuova puntata della rubrica a cura di Paolo Pacitti,“Quota Mille”: “la località prende il nome dall’omonimo valico che mette in collegamento l’aquilano con Rieti. Al centro della Valle del Corno, infatti, c’è una altura ben visibile proprio a forma di Corno, su cui fu costruita una fortificazione, intorno alla quale il paese continuò ad espandersi. L’importanza del luogo come via di comunicazione è testimoniata da un cippo, presente nella piazza centrale del paese. Si tratta della pietra miliare della via Cecilia, costruita dai romani quando occuparono la zona, che congiungeva l’attuale Antrodoco con Amiternum. Sopra, in miglia romane, c’è scritta la distanza dalla città eterna, 72, equivalenti a circa 106 chilometri”. 

“Eamus frates. Ad Aquilam missus sum!” ossia “Andiamo fratelli. Sono stato mandato a l’Aquila! Queste parole – prosegue Millanta –  furono pronunciate il 16 maggio del 1444 da San Bernardino da Siena, nel suo ultimo viaggio. Le cronache ci dicono che c’era un caldo torrido, e San Bernardino fu colto da una febbre altissima e iniziò a implorare per avere dell’acqua. I confratelli non sapevano dove trovarla quando Bernardino stesso, steso sull’erba a riprendere fiato, mosse la mano e indicò un punto, da cui venne fuori uno zampillo. E lo zampillo si tramutò in una fonte, ancora oggi chiamata fontana di S. Bernardino”.

Mentre si dissetava, con gli occhi infuocati dalla febbre, gli apparve Celestino. I due si abbracciarono e il santo eremita gli affidò L’Aquila. Quando la figura di Celestino si dissolse, Bernardino esortò i suoi confratelli a continuare il viaggio nonostante il suo malore.

Affrontò così gli ultimi chilometri che lo separavano dall’Aquila, stremato, dove morì pochi giorni dopo divenendone patrono, come predetto da Celestino.

Il prodigio è ricordato oggi dalla chiesetta, che attira ogni anno numerosi fedeli sulle orme del santo senese.

L’antico dazio segna il confine tra l’Abruzzo e il Lazio.

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by Redazione
Rocca di Cambio

Rocca di Cambio (L’Aquila), 1.434 metri sul livello del mare; è il comune più alto di tutto l’Appennino che le telecamere Rai con Sem Cipriani hanno osservato insieme allo scrittore Peppe Millanta per una nuova puntata della rubrica a cura di Paolo Pacitti, Quota Mille.

Rocca di Cambio è un affermato centro turistico per gli sport invernali, grazie alla vicina stazione sciistica di Campo Felice. Si trova nella parte settentrionale dell’Altopiano delle Rocche, all’interno del Parco Naturale Regionale Sirente-Velino, immersa in una natura ancora selvaggia.

Non c’è certezza sull’origine del nome. Per alcuni deriva dal Monte Cagno, alle cui pendici sorge il centro, poi cambiato in Cambio. Per altri invece dal fatto che il borgo fu “scambiato” da un signorotto con il Castello di Secinaro, che era più vicino ai propri possedimenti. Per altri ancora, perché qui si trovava una stazione per il cambio dei cavalli.

“Per alcuni mesi del 1952, però, assunse un nome diverso: Montenara- spiega Millanta– Si tratta del luogo di fantasia dove fu esiliato il Don Camillo di Giovannino Guareschi. Il film Il Ritorno di Don Camillo, con Gino Cervi e Fernandel, fu girato infatti proprio qui. A ricordarcelo questa targa. E nel comune di Rocca di Cambio sorge l’Abbazia di Santa Lucia. Fu innalzata nel XII secolo, e dal di fuori appare abbastanza sobria; nulla lascerebbe presagire la meraviglia che contiene: un ciclo di affreschi incredibile della metà del XIV secolo, con scene tratte dal Nuovo. Testamento ma a cogliere subito l’attenzione è la meravigliosa Ultima Cena. Tutti gli apostoli hanno lo sguardo rivolto verso il Cristo, a capotavola, e ognuno è indicato per nome. Ma scorrendo però si nota subito che mancano Giuda Taddeo e Giuda Iscariota, sostituiti da Barnaba e da San Paolo, che nella narrazione biblica arriveranno solo successivamente”.

E’ solo un’ipotesi ma come prosegue Millanta:

Il povero Giuda Taddeo, pur essendo innocente, probabilmente pagò lo scotto di avere un nome troppo simile a quello del traditore, e fu sostituito con qualcun altro di più presentabile. Per quanto riguarda Giuda Iscariota, invece, la situazione è più complessa. Un’’Ultima Cena’ senza di lui infatti sarebbe un unicum assoluto. Vicino a Gesù però si vede una lacuna, la cui forma richiama il profilo di una figura di cui si intuisce un pezzo di abito rosso. Probabilmente Giuda Iscariota era posizionato lì, al di quà della mensa come si era soliti fare al tempo, e di dimensioni molto più piccole rispetto agli altri visto che veniva seguito un codice gerarchico proporzionale.

Non era strano nel Medioevo che alcune icone particolarmente odiate venissero sfregiate o cancellate. Se così fosse, però, ci sarebbe comunque un’Ultima Cena sui generis, formata da tredici apostoli più Gesù. La risposta non la si conosce, ma quel che è certo è che si tratta di uno scrigno ancora tutto da scoprire.

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by Redazione
Opi

Opi (L’Aquila) 1.250 metri sopra il livello del mare, si trova nel bacino dell’Alto Sangro e sorge proprio al centro di un suggestivo anfiteatro composto dai monti Marsicani.

Il borgo è incluso nell’area del Parco Nazionale d’Abruzzo, Lazio e Molise, e ha meritato la bandiera arancione dal Touring Club Italiano. Il borgo ha incuriosito le telecamere Rai che con Sem Cipriani si sono spinte fin qui insieme allo scrittore Peppe Millanta per una nuova puntata della rubrica a cura di Paolo Pacitti,“Quota Mille”.

“L’origine del nome – spiega Millanta – è incerta. Potrebbe derivare dal termine indigeno “ops”, cioè lavoro agricolo, o dal latino “oppidum”, ovvero città fortificata. Secondo altri invece, è legato alla divinità arcaica romana di Ope, dispensatrice dell’abbondanza, cui forse in tempi antichi era dedicato un tempio posto proprio su questa collina. Opi ha conservato intatte le sue caratteristiche originarie: nasce infatti nel tardo medioevo, nel periodo dell’incastellamento, e così è rimasta da allora, con la caratteristica struttura “a fuso”, con le case tutte vicine l’una all’altra a comporre una fortificazione verso l’esterno”.

Opi ha la sua importanza anche perché qui è stato salvato il camoscio d’Abruzzo: la specie fu scoperta nel 1899 ed è stata distinta dal camoscio alpino, con cui veniva confusa; a più riprese ha rischiato l’estinzione.

Nel 1913 fu istituita anche una legge che ne vietava la caccia, la prima del genere in Italia, ma non bastò: negli anni ’20 non erano rimasti che 15-20 capi. La svolta si ebbe con l’istituzione del Parco Nazionale, nel 1922 e come specifica Millanta: “Un’attenta gestione degli animali, e luoghi di sensibilizzazione come il Museo, hanno permesso oggi la presenza in Abruzzo di circa 3200 animali, divisi in 5 colonie presenti nei maggiori Parchi della Regione”.

Il borgo di Opi è famoso anche per il legame con l’artista olandese Escher, probabilmente il più grande incisore del ‘900: un vero e proprio rivoluzionario per tutto quello che riguarda la prospettiva e la divisione dello spazio.

Celebri sono i suoi disegni rompicapo, le sue scale senza fine, i suoi paradossi geometrici; si spinse fino ad Opi per realizzare un libro illustrato dedicato all’Abruzzo, regione di cui si era innamorato tanto da visitarla più volte.

L’accoglienza in questa terra in realtà non fu delle migliori: Escher infatti al suo arrivo fu scambiato addirittura per uno degli attentatori del Re Vittorio Emanuele III, e quindi interrogato e trattenuto dalle forze dell’ordine.

Chiarito l’equivoco, Escher realizzò così 28 incisioni raffiguranti alcuni dei borghi abruzzesi che incontrò nel suo vagabondare a dorso di mulo, tra cui appunto il borgo di Opi, visto da questa prospettiva inusuale; il libro non fu dato mai alle stampe, ma oggi il profilo di Opi, grazie al tratto unico di Escher, è ammirato ogni anno da migliaia di ammiratori dell’incisore olandese, che nelle sue lettere riguardo ai suoi viaggi in Abruzzo diceva “Mi piace godermi l’inatteso”.

Il viaggio tra i borghi d’Abruzzo continua su Buongiorno Regione; novità, curiosità e qualche piccola anticipazione sono sulla pagina Facebook https://www.facebook.com/peppemillanta, dov’è possibile saperne di più anche sulla puntata dedicata ad Opi.

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