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Tag Archives: turismo regionale

Roccacerro

Roccacerro (Aq) 1.170 metri sopra il livello del mare, una frazione del comune di Tagliacozzo da cui dista solo 4 chilometri. Sita alle pendici del monte Bove, domina la sottostante piana dell’Ara dei Pali, fondamentale luogo di passaggio della Marsica occidentale.

Distese di boschi di querce e di castagne e profili di dolci montagne cingono il pittoresco centro: le telecamere Rai con Sem Cipriani si sono spinte fin qui insieme allo scrittore Peppe Millanta per una nuova puntata della rubrica a cura di Paolo Pacitti,“Quota Mille”.

Nel Medioevo il centro era noto come Rocca Cerri, e si sviluppò tutto intorno al centro fortificato, posto nella parte più alta del paese a guardia del passaggio sottostante.

Da non perdere è la Chiesa di Santa Maria degli Angeli, edificata nel ‘700 su quello che rimaneva dell’antica rocca e della sua torre-cintata, che fu trasformata in campanile, acquisendo così il suo profilo caratteristico.

A causa della sua posizione strategica lungo la via Tiburtina Valeria, Roccacerro fu bombardata nel ’44 dagli alleati, per isolare le contraeree naziste presenti.

Sfortuna volle che il bombardamento avvenne proprio di domenica, nell’orario di uscita dalla messa, e una bomba cadde al centro della piazza. Fu una strage. L’episodio è ricordato da una targa ed ogni anno si svolge una commemorazione.

“E proprio a Roccacerro – spiega Millanta – è stata scattata una fotografia che nasconde una storia. Fu realizzata in una fredda giornata d’inverno di quasi 100 anni fa, dopo una nevicata che aveva ammantato tutto il paesaggio: sono però ben visibili il monte Bove sullo sfondo e il profilo del paese, con il campanile al centro. A realizzarla fu Thomas Ashby, un archeologo britannico e un vero pioniere nello studio della nostra regione. Ashby, venuto per la prima volta in Abruzzo per studiare il sito dell’antica Carsioli, si innamorò così tanto dei luoghi da tornarvi più volte tra il 1901 e il 1923. Lo fece per preservare i volti, gli usi e i costumi locali, avendo intuito che quel mondo stava per scomparire, inghiottito per sempre dalla modernità”.

“Bisogna fare di tutto per raccogliere quello che inesorabilmente sta scomparendo”, diceva. E compì allora un’operazione a quel tempo poco diffusa: produsse un corpus fotografico, oggi divenuto di fondamentale importanza, il cui valore non è dato tanto dalla perizia tecnica, spesso amatoriale, ma dalla singolarità degli eventi fotografati.

La riscoperta di questo corpus e di questo personaggio è avvenuta soltanto alcuni anni fa, e continua ancora oggi, con la stessa forza, a raccontare di un tempo che fu.

Il viaggio tra i borghi d’Abruzzo continua su Buongiorno Regione; novità, curiosità e qualche piccola anticipazione sono sulla pagina Facebook  https://www.facebook.com/peppemillanta, dov’è possibile saperne di più anche sulla puntata dedicata a Roccacerro.

 

by Redazione
pescasseroli

Pescasseroli (Aq), 1.167 metri sopra il livello del mare, proprio nel cuore del Parco Nazionale d’Abruzzo; adagiato in una conca posta all’ingresso dell’Alta Valle del Sangro, il borgo è circondato da boschi centenari e montagne suggestive. È meta ogni anno di migliaia di turisti attratti dalle sue bellezze storiche e naturalistiche.

La parte più antica dell’abitato è costruita ai piedi di uno sperone, detto il “Pesco”, su cui si trovano i resti di un presidio che controllava l’altopiano denominato Castel Mancino.

Pescasseroli deve molta della sua importanza al tratturo che da qui portava a Candela, in Puglia. E quella via permise nei secoli lo scambio di idee, di credenze, e di manufatti. Come la Madonna Nera dell’Incoronata, probabilmente proveniente dall’Oriente, come altre dello stesso tipo, e arrivata fin qui grazie all’antico percorso.

Le telecamere Rai con Sem Cipriani si sono spinte fin qui insieme allo scrittore Peppe Millanta per una nuova puntata della rubrica a cura di Paolo Pacitti,“Quota Mille”.

“Oltre che per le sue bellezze naturalistiche, Pescasseroli è rinomata anche per aver dato i natali a Benedetto Croce, uno dei maggiori protagonisti della cultura italiana ed europea del ‘900. E proprio al suo ritorno qui, ormai adulto, donò il manoscritto di una delle sue opere più importanti: la Logica, che ora è custodito nell’archivio comunale. La fontana di San Rocco è uno dei simboli dell’avventura che più di tutte ha cambiato il destino recente delle nostre montagne: la nascita del Parco Nazionale d’Abruzzo. Avventura che si deve al sogno testardo di un visionario: Erminio Sipari” racconta Peppe Millanta.

Risiedeva a Pescasseroli, e da molti viene considerato uno dei padri dell’ambientalismo, che lottò per la salvaguardia della natura e per la tutela di animali in via d’estinzione come il camoscio e l’orso marsicano.

L’Alto Sangro, grazie al suo isolamento, aveva luoghi ancora incontaminati da preservare, e Sipari lavorava da questo paese per creare un’area naturale sul modello di Yellowstone.

La politica però rimase sorda ai suoi appelli, e Sipari allora si mosse in autonomia e prese in affitto 100 ettari che destinò a riserva protetta: si trattava del primo parco nazionale istituito in Italia, benché in forma privata.

“Ormai era fatta – spiega Millanta.– L’istituzionalizzazione arrivò nel 1923, e da allora il Parco è cresciuto in estensione e in iniziative. C’è una cosa che colpisce negli scritti di Sipari: l’idea che le meraviglie della natura facciano parte del patrimonio artistico di un paese. Una natura quindi da tutelare e ammirare come se fosse un’opera d’arte”. 

E a ricordare l’inizio di quella avventura ci sono soprattutto le numerose specie animali salvate dall’estinzione, e un modello di gestione diventato un punto di riferimento per tutto l’ambientalismo italiano.

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by Redazione
Frattura

Frattura, aggrappata a uno dei panorami più suggestivi d’Abruzzo, ricalca uno dei momenti più drammatici della regione Abruzzo. È posto a metà tra due mondi: da un lato il paesaggio lunare del Monte Genzana, dall’altra i boschi lussureggianti della Valle del Sagittario, con la vista unica sul lago di Scanno.

Frattura Vecchia, si trova a 1307 metri sopra il livello del mare, a qualche chilometro dal centro abitato di Scanno (L’Aquila): il borgo fu fondato dai conti Di Sangro intorno al X secolo e il nome deriva dalla frana, ancora oggi visibile, che in epoca preistorica sbarrò il sottostante fiume formando così il lago di Scanno. Le telecamere Rai con Sem Cipriani si sono spinte fin qui insieme allo scrittore Peppe Millanta per una nuova puntata della rubrica a cura di Paolo Pacitti,Quota Mille.

A differenza dei paesi vicini, che riportarono solo alcuni danni, Frattura fu completamente spazzata via dal terremoto del 1915, circostanza strana vista la lontananza dall’epicentro.

“La colpa fu proprio dell’antica frana su cui Frattura fu costruita: il materiale incoerente che viene smosso da una frana amplifica l’onda sismica, causando maggiori danni rispetto a edifici posti su un terreno roccioso –  spiega Peppe Millanta. – Fu una vera tragedia. Le vittime furono 120, quasi l’intera popolazione presente. Si trattava per lo più di donne e bambini, perché gli uomini transumavano in Puglia o erano emigrati negli Stati Uniti”. 

“Oggi l’unico abitante qui sembra essere il silenzio, e lo stupore nel vedere il paese restato immobile, come se fosse incastrato nell’ultimo frame della tragedia. Ma dove la storia di Frattura Vecchia finisce, inizia quella di Frattura Nuova” continua Millanta.

Dopo un periodo in cui gli abitanti furono spostati in un campo di casette prefabbricate, tra il 1932 e il 1936 fu infatti edificato il borgo nuovo. E a farlo fu Mussolini in persona: “Siamo in pieno regime fascista, e lo si nota dagli stilemi urbanistici tipici: gli edifici sono tutti perfettamente allineati e con linee pulite e semplici, mentre gli edifici pubblici sono posti al centro, come la chiesa e la scuola”.

Nel 1917 infatti, durante la Grande Guerra, Mussolini si trovava sul Carso quando durante un’esercitazione fu ferito da una pioggia di schegge. E pare che proprio in quel frangente fu salvato da un abitante di Frattura, all’epoca appena distrutta dal terremoto, che gli raccontò la sua sciagura. Dopo 20 anni il Duce saldò il suo debito costruendo tre caseggiati, marchiati con le prime tre lettere dell’alfabeto.

Oggi Frattura ospita il Museo delle Arti e delle Tradizioni Popolari, un vero e proprio museo etnografico dove viene raccontata la storia di Frattura Vecchia, e la costruzione del nuovo borgo.

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by Redazione
villetta barrea

Villetta Barrea (Aq), 990 metri sul livello del mare: come la vicina Civitella Alfedena, anche Villetta nasce a seguito della distruzione di Rocca Intramonti, intorno al 1400.

Adagiata lungo il fiume Sangro e dominata dai vicini monti, Villetta Barrea è ricca di scorci ed è famosa per le splendide escursioni naturalistiche che partono da qui: il vicino lago, i monti marsicani e la splendida Camosciara sono solo alcune delle mete raggiungibili.

“Il suo destino è stato strettamente legato all’andamento dell’industria armentizia: transumanza e pascolo degli ovini infatti sono stati l’ossatura del sistema economico di Villetta, come oggi ci ricorda il suo Museo della Transumanza” spiega lo scrittore abruzzese Peppe Millanta che, insieme a Sem Cipriani e le telecamere Rai, ha raggiunto questo caratteristico luogo per una nuova puntata della rubrica a cura di Paolo Pacitti, “Quota Mille”.

Come prosegue Millanta:

Qui, comunque, a farla da padrona è la natura: non sarà affatto difficile infatti fare incontri particolari lungo le suggestive vie del borgo. A Villetta Barrea c’è anche uno dei simboli più famosi del parco, e quando ci si trova ai suoi piedi è facile intuirne il motivo ed è il Faggio del Pontone: si tratta di un albero monumentale alto ben 25 metri e con un diametro di più di 8. Si pensa che sia il risultato di più alberi cresciuti insieme e poi fusi in uno, diversi secoli fa. Pensate, per alcuni è qui a dominare il bosco addirittura da 750 anni. Potremmo definirlo il ‘faggio madre’, perché è stato salvato dal taglio per la legna affinché potesse spargere i suoi semi per far crescere nuovi faggi.

A Villetta Barrea, dove un tempo c’era un’umile casa, ha inizio una delle storie più incredibili dell’Abruzzo montano: quella di Benedetto Virgilio, il poeta bifolco, che dai pascoli abruzzesi arrivò a suon di versi fino a Roma.

Nacque nel 1602 da una famiglia di umili origini, dedita alla pastorizia e all’agricoltura. Ed è proprio durante le pause che l’attività di pastore gli concedeva, che il giovane Benedetto, da autodidatta, impara a leggere e a scrivere, dilettandosi nello studio dei maggiori poeti italiani: Dante, Ariosto e Tasso.

Dopo alcune composizioni estemporanee, Benedetto decide di lanciarsi addirittura nella composizione di un poema, che dedica alla vita di Sant’Ignazio da Loyola, padre dei Gesuiti.

L’opera ebbe un’eco incredibile sia nel Regno di Napoli, che poi in tutta Italia, tanto che il Poeta Bifolco, come iniziarono a chiamarlo, fu invitato a trasferirsi a Roma dai Gesuiti.  Presto entrò nelle grazie di Papa Alessandro VII, che gli concesse una stanza in Vaticano, una pensione da 70 scudi annui e la croce di Cavaliere di Cristo, uno dei riconoscimenti più prestigiosi del Vaticano.

Dopo aver continuato a comporre versi nei migliori salotti romani, Benedetto morì nel 1666 e fu sepolto addirittura nella Basilica di San Pietro, dove ancora oggi riposa, vicino a Papi e Santi.

E proprio Papa Alessandro dettò per lui questo epitaffio, riportato sulla targa: “Non sarei stato inferiore a Virgilio se la sorte avesse fatto nascere me cittadino e lui agricoltore”.

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by Redazione
Colli di Monte Bove

Colli di Monte Bove, 990 metri sul livello del mare, frazione del comune di Carsoli (Aq) posta lungo la catena montuosa dei monti Carseolani, è dominata dai resti del castello dei conti dei Marsi. Anticamente, questo, è stato un luogo di passaggio obbligato tra il Lazio e l’Abruzzo: qui infatti passava l’antica via Tiburtina Valeria.

Il borgo nacque come avamposto dell’antica colonia romana di Carsioli, e nei secoli fu possedimento degli Orsini e dei Colonna. Nel Medioevo era un luogo molto ambito, perché si trovava proprio a confine tra il Regno delle Due Sicilie e lo Stato Pontificio.

 “E Colli fungeva da Dogana, ed era chiamata per questo Colli Catena: qui infatti, nei pressi di questa porta, c’era una catena che serviva a sbarrare la strada ai viandanti, e che veniva tolta soltanto dopo il pagamento per consentire il passaggio. Per evitare però i soprusi da parte dei gabellieri, il Re fu costretto a incidere su quella lastra di marmo le varie tariffe, in base a quello che veniva trasportato, che diventavano in questo modo facilmente consultabili evitando imbrogli”. A parlarne è lo scrittore abruzzese Peppe Millanta che, insieme a Sem Cipriani e le telecamere Rai, ha raggiunto questo caratteristico luogo per una nuova puntata della rubrica a cura di Paolo Pacitti, Quota Mille.

Si racconta che il paese assunse il nome attuale durante i lavori della ferrovia: mentre veniva scavata la galleria fu ritrovata infatti una grande testa di bue scolpita nella pietra, poi sparita. Oggi Colli è rinomata soprattutto per aver dato i natali a San Berardo, il santo patrono della Marsica, a cui è intitolata, qui, una chiesa.

E proprio a Colli di Montebove, posta a mille metri d’altezza, c’è la grotta di Sant’Angelo. La cappella è stata realizzata usando la conformazione della roccia, e presenta un ciclo affrescato della seconda metà del ‘200 attribuibile probabilmente ad un autore locale, richiamando nell’uso dei colori e nello stile l’arte bizantina.

Il ciclo pittorico rappresenta delle figure di santi con al centro una Madonna seduta su un trono, nell’atto di offrire il seno destro al figlio: si tratta della Madonna del Latte. Tradizione vuole infatti che all’interno della grotta crescano delle foglioline che, cotte nel brodo, venivano fatte bere alle puerpere per favorire l’abbondanza di latte.

“Tante sono le leggende che si annidano in questo luogo. Secondo una tradizione secolare, in uno di questi anfratti sarebbe nascosta addirittura una treccia dei capelli della Madonna, mentre al piano superiore, da una falda nella roccia, sgorgherebbe il sangue dei Martiri. Il motivo di tutte queste storie è chiaro una volta arrivati qui: raramente infatti si incontrano posti più suggestivi di questo” conclude Millanta.

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Le Pagliare di Tione

Le Pagliare di Tione si trovano a 1.084 metri sopra il livello del mare, in una frazione del comune di Tione degli Abruzzi (Aq): si tratta di un agglomerato agropastorale che conserva intatto tutto il fascino del passato e sorge su un altopiano ai piedi del Monte Sirente, immerso nel Parco Regionale del Sirente-Velino, con un panorama straordinario a fare da sfondo.

“Quello che vedete intorno a me è un vero e proprio museo a cielo aperto, composto da case di contadini perfettamente conservate in stile medievale, che ci raccontano un mondo ormai scomparso. Si tratta di un villaggio d’alta quota, abbandonato a metà del ‘900, e costituito da un centinaio di piccoli casolari a due piani in pietra. Al piano superiore dimoravano gli uomini, al piano inferiore gli animali, nella paglia appunto, da cui il nome”.

A parlarne è lo scrittore abruzzese Peppe Millanta che, insieme a Sem Cipriani e le telecamere Rai, ha raggiunto questo caratteristico luogo per una nuova puntata della rubrica a cura di Paolo Pacitti,Quota Mille.

Tutto il villaggio si sviluppa intorno ad un pozzo, ricavato da un inghiottitoio naturale che raccoglie l’acqua piovana. Il borgo era utilizzato per la transumanza verticale: i territori di Tione offrono infatti pochi terreni coltivabili. Gli abitanti, per rimediare, all’inizio della primavera si spostavano nel punto in cui l’altopiano permetteva coltivazioni e pascoli fino all’arrivo dell’inverno.

La vita che vi si svolgeva era totalmente comunitaria: tutti gli abitanti lavoravano insieme, al ritmo della natura. Segno di questa comunione è la campana, che scandiva il tempo del villaggio e veniva usata per richiamare le genti dai campi e dal pascolo.

E poco fuori dalle Pagliare c’è il laghetto di Tempra: sul Sirente vi sono moltissime altre formazioni circolari come questo, il più famoso è chiamato il cratere del Sirente.

“Negli anni ’90 – spiega Millanta – alcuni studiosi stabilirono che queste buche sarebbero il frutto del violentissimo impatto di un meteorite, avvenuto nel IV secolo dopo Cristo”.

“La storia di questo magico posto ci riporta nell’antica Roma. Anno 312 d.C. per l’esattezza, quando le truppe di Costantino stanno per scontrarsi e sconfiggere quelle di Massenzio – racconta ancora Millanta – Le cronache ci narrano che il giorno prima della battaglia Costantino abbia avuto una visione: mentre marciava vide in cielo, in pieno giorno, il passaggio di una croce di luce, che lo convinse a convertirsi al cristianesimo, cambiando così per sempre il corso della storia. Certo è che non tutta la comunità scientifica è concorde con l’ipotesi dell’impatto meteoritico, per il momento però, ci godiamo questa bella storia con il naso all’insù”.

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by Redazione
Tremonti

Frazione di Tremonti del vicino comune di Tagliacozzo (Aq) 1.060 metri sopra il livello del mare: abbarbicata alle pendici del monte Pietra Pizzuta, è circondata dai monti Carseolani.

Confina con la riserva naturale regionale Grotte di Luppa, e per secoli è stata uno dei punti di osservazione più importanti della zona. Le telecamere Rai con Sem Cipriani si sono spinte fin qui insieme allo scrittore Peppe Millanta per una nuova puntata della rubrica a cura di Paolo Pacitti,Quota Mille.

“Il nome deriva dalla sua posizione, inter montes, appunto ‘tra i monti’ – spiega Millanta -, a rimarcare il suo ruolo di sentinella appostata tra le alture.  Il borgo nacque e si sviluppò nel medioevo, intorno alla fortezza costruita dalla famiglia Orsini, un tempo padrona di queste terre: era in contatto visivo con analoghe strutture militari e serviva a controllare i confini marsicani e il tracciato originario della via Valeria”.

Come prosegue Millanta:

 In questi luoghi è possibile trovare tracce di quando l’immaginazione popolare si nutriva ancora di leggende cavalleresche e imprese eroiche: la magica terra d’Abruzzo infatti, dopo la dominazione dei Franchi, fu da subito il terreno ideale per la diffusione di leggende sui Paladini, e la toponomastica di alcune zone ne è ancora intrisa. Ne è un esempio la montagna di Montebove. Il suo nome deriverebbe da Bovo d’Antona, un paladino compagno di Orlando. Sì, proprio quello della Chanson de Roland. Secondo la leggenda i due si sarebbero appostati proprio lì su a spiare l’arrivo dei Saraceni, in un luogo ancora oggi chiamato Guardia d’Orlando.

La storia dell’uomo è frutto anche di percorsi, cammini, tragitti, viaggi, spostamenti e di strade proprio come è accaduto qui, dove passava l’antica via Tiburtina Valeria, una delle opere ingegneristiche più importanti realizzate dai Romani, capace di cambiare il volto alla regione: fu realizzata intorno al 300 a.C. dal console Marco Valerio Massimo Potito, che allungò il precedente tratto che arrivava fino a Tibur, l’attuale Tivoli, fino a raggiungere l’antica Corfinium, nella valle Peligna. Dal nome del tracciato originario e del console che la costruì la si chiamò Tiburtina-Valeria.

L’opera si rese necessaria per scopi difensivi: pochi anni prima infatti i romani avevano fondato due nuove colonie in Abruzzo ossia Alba Fucens e Carseoli.

ori. Da qui la necessità per i romani di movimentare in maniera più veloce le proprie truppe.

La strada fu quindi la soluzione che permise loro di vincere, nonostante le difficoltà di costruire sui luoghi impervi dell’Appennino ed infatti come prosegue Peppe Millanta: “fu successivamente Claudio che allungò ulteriormente il tracciato fino a Ostia Aterni, l’attuale Pescara, congiungendo il Tirreno con l’Adriatico. E proprio lungo il percorso sorsero luoghi come Tremonti, con la sua torre, posta a guardia di questa via di comunicazione fondamentale. Anche le strade, però, invecchiano. E così è successo alla via Tiburtina. Una delle opere ingegneristiche più complesse del tempo, lunga 200 km con due valichi posti a più di mille metri, ha lasciato il passo alla più veloce autostrada”.

Certo è che l’antica strada è ancora qui.

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by Redazione
bisegna

Bisegna (L’Aquila) 1.210 metri sopra il livello del mare; sorge su uno sperone roccioso posto ai piedi della Montagna Grande, proprio all’inizio della Valle del Giovenco.

È situato all’estremità settentrionale del Parco Nazionale d’Abruzzo, ed è punto di partenza di numerosi itinerari naturalistici. Le telecamere Rai con Sem Cipriani si sono spinte fin qui insieme allo scrittore Peppe Millanta per una nuova puntata della rubrica a cura di Paolo Pacitti,“Quota Mille”.

Il borgo attuale, edificato nel periodo dell’incastellamento, probabilmente sorge sulle rovine dell’antico castello Visinio, dei Marsi, distrutto nel 270 a.C.

Il nome potrebbe significare “esce dal fiume”, a ricordare la presenza qui della sorgente del Giovenco, e si è modificato nel tempo fino all’attuale denominazione di Bisegna.

La fortuna del borgo – spiega Millanta – è sempre stata legata alla sua posizione strategica: qui infatti il Fucino si collega con la Marsica, e ne è testimonianza la torre, utilizzata in passato per gli avvistamenti e per il controllo del passo, e in collegamento ottico con altre torri poste lungo la valle. Ma sparsi per il borgo ci sono dei segni più meno evidenti, che ci possono raccontare molto dell’importanza del luogo. Si tratta – prosegue – di queste mezzelune, che troviamo scolpite in molte costruzioni: rappresentano il crescente lunare, simbolo della famiglia romana dei Piccolomini, signori del luogo. Poco più avanti troviamo incisa la scritta ‘Audaces Fortuna Iuvat 1541’ e al centro una mezzaluna posta su una colonna: con ogni probabilità celebra un avvenimento accaduto tra i Piccolomini e i Colonna, i loro acerrimi nemici, che avevano come stemma, appunto, una colonna.

Nei dintorni di Bisegna si trovano delle pietre rossastre: si tratta di bauxite, un minerale da cui si estraggono ferro e alluminio; a San Sebastiano dei Marsi infatti, frazione di Bisegna, nel 1844 fu costruita una ferriera, di cui oggi si possono ammirare i resti, che veniva rifornita grazie ad un sentiero d’alta quota che arrivava fino alla miniera della vicina Lecce nei Marsi, nella località non a caso definita Collerosso.

A parlarne è anche un testimone d’eccezione, il viaggiatore e scrittore inglese Edward Lear, che passò di qui l’anno prima della sua apertura e che riporta nel suo diario un divertente aneddoto: pare che nello stesso periodo, nelle vicinanze, fosse stata aperta anche una fabbrica per estrarre lo zucchero dalle patate, e che gli abitanti, di fronte a tutte queste novità, fossero ancora un po’ confusi, tanto da domandargli se fosse uno di quegli stranieri arrivati lì per tirare fuori lo zucchero dal ferro.

Fu scelto proprio questo luogo per alcuni fattori strategici, come l’abbondanza delle acque, e la vicinanza dei boschi per il legname. E da qui quindi si può immaginare che partisse una lunga processione di animali da soma, muniti di ceste e sacchi.

La ferriera produceva per lo più oggetti per il camino, grate, e ringhiere per i balconi, come se ne vedono ancora tante per le case del paese, e fu dismessa alcuni decenni dopo. Oggi sul posto sono ancora visibili i suoi ruderi, mentre si è lasciato spazio alla costruzione dell’acquedotto.

Ma il percorso che portava dalla miniera alla ferriera compone oggi il Cammino della Bauxite, inserito nella Rete Italiana dei Cammini.

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Rocca di Mezzo 

Rocca di Mezzo (L’Aquila), 1329 metri sopra il livello del mare. Situato alle pendici di Monte Rotondo, Rocca di Mezzo è un luogo unico per gli scenari che la contornano.

Sede del Parco naturale regionale Sirente-Velino del suo territorio fanno parte anche i suggestivi Piani di Pezza, ed è collocato tra le due stazioni sciistiche di Campo Felice e della Magnola: ciò la rende una ambita meta turistica. Le telecamere Rai con Sem Cipriani, hanno raggiunto questo borgo insieme allo scrittore Peppe Millanta per la rubrica a cura di Paolo Pacitti,Quota Mille.

Come racconta Millanta: “Le vicende storiche del paese sono strettamente legate all’Altopiano delle Rocche: il lungo periodo di innevamento, le asperità naturali e la scarsità di comunicazioni hanno provocato infatti un isolamento duraturo nel tempo. Eppure è sempre stata una zona molto ambita, per la ricchezza dei suoi pascoli e per la sua posizione strategica, proprio a cavallo tra Celano e l’Aquilano”.

“Il nome –prosegue – deriva dalla presenza in epoca medievale di una rocca, tutt’oggi visibile, e dalla sua posizione, centrale all’interno dell’altipiano rispetto alle altre rocche che la costellano. Secondo la tradizione, il borgo attuale fu fondato intorno all’anno mille, da quattro comunità dedite alla pastorizia e all’agricoltura che si riunirono per ragioni difensive”.

Osservando lo sviluppo dell’abitato di Rocca di Mezzo è possibile riconoscere almeno tre fasi della sua storia, essendo il paese diviso in tre parti: il Borgo, di origini medievali, è il nucleo più antico del paese, posto sulla cima del colle, con case in pietra, vicoli ripidi e la Chiesa Madre; la Morge, alle pendici del colle, edificato intorno al 1500, dove si trovano tratti di mura del borgo medievale e i rinomati “Tre Archi”; il nuovo incasato, sull’altopiano, costruito nel ‘900, con alcuni edifici con influenza liberty.

Federico Fellini scelse questo borgo per girare alcune scene di uno dei suoi film più importanti, La strada: film ferocemente criticato a Venezia, perché tradiva gli stilemi del neorealismo a favore della favola e dello spiritualismo, temi che diventeranno poi centrali nella produzione felliniana, incarnando uno stile nuovo che alcuni chiameranno “realismo visionario”. Eppure si aggiudicò il premio Oscar. Tra gli sceneggiatori, c’era Ennio Flaiano.

“Fellini – conclude Millanta– scelse questi luoghi perché gli avevano assicurato che qui avrebbe nevicato. Erano arrivati invece alla fine delle riprese e della neve non c’era traccia. Fellini andò a dormire tormentato prima dell’ultimo giorno di lavorazione, ma quando si svegliò, trovò Rocca di Mezzo “imbiancata”: non si trattava di neve ma erano lenzuola, sequestrate a tutte le famiglie del posto e allestite per l’occasione da uno dei collaboratori del Maestro”.

Il viaggio tra i borghi d’Abruzzo continua su Buongiorno Regione; novità, curiosità e qualche piccola anticipazione sono sulla pagina Facebook https://www.facebook.com/peppemillanta, dov’è possibile saperne di più anche sulla puntata dedicata a Rocca di Mezzo.

Il Bosso

Lezioni teoriche in aula, dedicate all’arte della manutenzione della bicicletta, all’uso delle lingue straniere, alla gestione delle situazioni di emergenza o alle pubbliche relazioni.

La prova pratica, realizzata sul campo, lungo i percorsi montani e costieri d’Abruzzo, o per le vie dei suoi borghi più significativi, per sperimentare da vicino difficoltà, oppure per vivere e gustare in diretta le suggestioni che la bellezza suggerisce all’occhio.

Ecco la terza edizione del corso di qualificazione professionale per accompagnatore cicloturistico.

Il Bosso Formazione è una società cooperativa costituita nel febbraio 2010, in seno all’ormai consolidata società cooperativa “Il Bosso”, riconosciuta Centro di educazione ambientale di interesse regionale.

È un ente accreditato come organismo di formazione dalla Regione Abruzzo per le macro tipologie di formazione superiore e formazione continua.

Coerentemente alle politiche definite nell’ambito del Consiglio di amministrazione ed in linea con la propria missione di promozione della cultura della formazione, Il Bosso Formazione intende attuare iniziative volte alla formazione, qualificazione, riqualificazione, aggiornamento e perfezionamento professionale, finanziate, cofinanziate da enti, e-o a pagamento, destinate a giovani, disoccupati/inoccupati, occupati, soggetti a rischio di esclusione dal mondo del lavoro, con riferimento a tutti i settori della produzione di beni e di servizi, sia privati che pubblici. Fiore all’occhiello della società è il settore turistico ambientale dove sono specializzati i responsabili aziendali.

Il Bosso Formazione è stato il primo organismo di formazione professionale in Abruzzo a realizzare il percorso formativo del corso di qualificazione per accompagnatore cicloturistico.

Il corso è organizzato da Il Bosso, Il Bosso Formazione ed Il Bosso Sport&Natura, in collaborazione con Cna Regionale Abruzzo, Wolftour Abruzzo, Confesercenti Abruzzo, LegaCoop Abruzzo, Feder P.A.T.E. e Fiab Abruzzo.

Il corso è articolato con le lezioni teoriche in aula dedicate all’arte della manutenzione della bicicletta, all’uso delle lingue straniere, alla gestione delle situazioni di emergenza o alle pubbliche relazioni.

Ma c’è anche la prova pratica, realizzata sul campo, lungo i percorsi montani e costieri della nostra regione, o per le vie dei suoi borghi più significativi, per sperimentare da vicino difficoltà, oppure per vivere e gustare in diretta le suggestioni che la bellezza suggerisce all’occhio.

L’accompagnatore cicloturistico accompagna persone singole o gruppi di persone in percorsi cicloturistici, fornendo anche in lingua straniera informazioni generali sul territorio.
Sviluppa e propone attività ed itinerari ciclistici in relazione alle effettive capacità individuali delle persone per le quali svolgerà l’attività di accompagnamento. Ha competenza sulle tecniche di guida, di base ed avanzate, sulle propedeuticità tecnico-didattiche e le modalità per svilupparle e consolidarle a seconda del caso e delle fasce d’età cui si rivolge. Conosce accuratamente la bicicletta nelle sue diverse tipologie e ne supporta l’uso nelle situazioni tipiche del ciclismo escursionistico e turistico. Sa leggere le mappe e le carte geografiche, disponendo di buone capacità.

Questo e tanto altro vuole essere questo percorso di formazione professionale, che permetterà a tutti i corsisti, dopo le lezioni in aula, di realizzare il tirocinio pratico di 80 ore direttamente con i professionisti del gruppo Il Bosso e Wolftour Abruzzo ed insieme ad altri docenti dall’alto profilo.

Per informazioni ed iscrizioni: 08621965246

by Redazione
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