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Category Archives: Turismo

Colli di Monte Bove

Colli di Monte Bove, 990 metri sul livello del mare, frazione del comune di Carsoli (Aq) posta lungo la catena montuosa dei monti Carseolani, è dominata dai resti del castello dei conti dei Marsi. Anticamente, questo, è stato un luogo di passaggio obbligato tra il Lazio e l’Abruzzo: qui infatti passava l’antica via Tiburtina Valeria.

Il borgo nacque come avamposto dell’antica colonia romana di Carsioli, e nei secoli fu possedimento degli Orsini e dei Colonna. Nel Medioevo era un luogo molto ambito, perché si trovava proprio a confine tra il Regno delle Due Sicilie e lo Stato Pontificio.

 “E Colli fungeva da Dogana, ed era chiamata per questo Colli Catena: qui infatti, nei pressi di questa porta, c’era una catena che serviva a sbarrare la strada ai viandanti, e che veniva tolta soltanto dopo il pagamento per consentire il passaggio. Per evitare però i soprusi da parte dei gabellieri, il Re fu costretto a incidere su quella lastra di marmo le varie tariffe, in base a quello che veniva trasportato, che diventavano in questo modo facilmente consultabili evitando imbrogli”. A parlarne è lo scrittore abruzzese Peppe Millanta che, insieme a Sem Cipriani e le telecamere Rai, ha raggiunto questo caratteristico luogo per una nuova puntata della rubrica a cura di Paolo Pacitti, Quota Mille.

Si racconta che il paese assunse il nome attuale durante i lavori della ferrovia: mentre veniva scavata la galleria fu ritrovata infatti una grande testa di bue scolpita nella pietra, poi sparita. Oggi Colli è rinomata soprattutto per aver dato i natali a San Berardo, il santo patrono della Marsica, a cui è intitolata, qui, una chiesa.

E proprio a Colli di Montebove, posta a mille metri d’altezza, c’è la grotta di Sant’Angelo. La cappella è stata realizzata usando la conformazione della roccia, e presenta un ciclo affrescato della seconda metà del ‘200 attribuibile probabilmente ad un autore locale, richiamando nell’uso dei colori e nello stile l’arte bizantina.

Il ciclo pittorico rappresenta delle figure di santi con al centro una Madonna seduta su un trono, nell’atto di offrire il seno destro al figlio: si tratta della Madonna del Latte. Tradizione vuole infatti che all’interno della grotta crescano delle foglioline che, cotte nel brodo, venivano fatte bere alle puerpere per favorire l’abbondanza di latte.

“Tante sono le leggende che si annidano in questo luogo. Secondo una tradizione secolare, in uno di questi anfratti sarebbe nascosta addirittura una treccia dei capelli della Madonna, mentre al piano superiore, da una falda nella roccia, sgorgherebbe il sangue dei Martiri. Il motivo di tutte queste storie è chiaro una volta arrivati qui: raramente infatti si incontrano posti più suggestivi di questo” conclude Millanta.

Il viaggio tra i borghi d’Abruzzo continua su Buongiorno Regione; novità, curiosità e qualche piccola anticipazione sono sulla pagina Facebook  https://www.facebook.com/peppemillanta, dov’è possibile saperne di più anche sulla puntata dedicata alla frazione di Colli di Monte Bove.

 

Le Pagliare di Tione

Le Pagliare di Tione si trovano a 1.084 metri sopra il livello del mare, in una frazione del comune di Tione degli Abruzzi (Aq): si tratta di un agglomerato agropastorale che conserva intatto tutto il fascino del passato e sorge su un altopiano ai piedi del Monte Sirente, immerso nel Parco Regionale del Sirente-Velino, con un panorama straordinario a fare da sfondo.

“Quello che vedete intorno a me è un vero e proprio museo a cielo aperto, composto da case di contadini perfettamente conservate in stile medievale, che ci raccontano un mondo ormai scomparso. Si tratta di un villaggio d’alta quota, abbandonato a metà del ‘900, e costituito da un centinaio di piccoli casolari a due piani in pietra. Al piano superiore dimoravano gli uomini, al piano inferiore gli animali, nella paglia appunto, da cui il nome”.

A parlarne è lo scrittore abruzzese Peppe Millanta che, insieme a Sem Cipriani e le telecamere Rai, ha raggiunto questo caratteristico luogo per una nuova puntata della rubrica a cura di Paolo Pacitti,Quota Mille.

Tutto il villaggio si sviluppa intorno ad un pozzo, ricavato da un inghiottitoio naturale che raccoglie l’acqua piovana. Il borgo era utilizzato per la transumanza verticale: i territori di Tione offrono infatti pochi terreni coltivabili. Gli abitanti, per rimediare, all’inizio della primavera si spostavano nel punto in cui l’altopiano permetteva coltivazioni e pascoli fino all’arrivo dell’inverno.

La vita che vi si svolgeva era totalmente comunitaria: tutti gli abitanti lavoravano insieme, al ritmo della natura. Segno di questa comunione è la campana, che scandiva il tempo del villaggio e veniva usata per richiamare le genti dai campi e dal pascolo.

E poco fuori dalle Pagliare c’è il laghetto di Tempra: sul Sirente vi sono moltissime altre formazioni circolari come questo, il più famoso è chiamato il cratere del Sirente.

“Negli anni ’90 – spiega Millanta – alcuni studiosi stabilirono che queste buche sarebbero il frutto del violentissimo impatto di un meteorite, avvenuto nel IV secolo dopo Cristo”.

“La storia di questo magico posto ci riporta nell’antica Roma. Anno 312 d.C. per l’esattezza, quando le truppe di Costantino stanno per scontrarsi e sconfiggere quelle di Massenzio – racconta ancora Millanta – Le cronache ci narrano che il giorno prima della battaglia Costantino abbia avuto una visione: mentre marciava vide in cielo, in pieno giorno, il passaggio di una croce di luce, che lo convinse a convertirsi al cristianesimo, cambiando così per sempre il corso della storia. Certo è che non tutta la comunità scientifica è concorde con l’ipotesi dell’impatto meteoritico, per il momento però, ci godiamo questa bella storia con il naso all’insù”.

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by Redazione
Sella di Corno

Sella di Corno, 1.005 metri sul livello del mare, frazione del comune di Scoppito (Aq) ultimo paese dell’Abruzzo al confine con il Lazio: si trova al centro della fertile Valle di Corno, luogo incantevole e suggestivo; è sempre stato un passaggio obbligato nell’Appennino, tra il gruppo montuoso del Monte Calvo a nord e quello di Monte Nuria a sud.

Secondo la tradizione il borgo nacque a seguito della distruzione della vicina Amiternum, i cui abitanti furono sparpagliati nella zona, alcuni dei quali trovarono rifugio proprio qui: ci si trova nella zona più a sud di quello che un tempo era il territorio dei Sabini, antico popolo che si contese a lungo queste terre con i romani.

Come spiega lo scrittore abruzzese Peppe Millanta che, insieme a Sem Cipriani e le telecamere Rai, ha raggiunto questa frazione per una nuova puntata della rubrica a cura di Paolo Pacitti,“Quota Mille”: “la località prende il nome dall’omonimo valico che mette in collegamento l’aquilano con Rieti. Al centro della Valle del Corno, infatti, c’è una altura ben visibile proprio a forma di Corno, su cui fu costruita una fortificazione, intorno alla quale il paese continuò ad espandersi. L’importanza del luogo come via di comunicazione è testimoniata da un cippo, presente nella piazza centrale del paese. Si tratta della pietra miliare della via Cecilia, costruita dai romani quando occuparono la zona, che congiungeva l’attuale Antrodoco con Amiternum. Sopra, in miglia romane, c’è scritta la distanza dalla città eterna, 72, equivalenti a circa 106 chilometri”. 

“Eamus frates. Ad Aquilam missus sum!” ossia “Andiamo fratelli. Sono stato mandato a l’Aquila! Queste parole – prosegue Millanta –  furono pronunciate il 16 maggio del 1444 da San Bernardino da Siena, nel suo ultimo viaggio. Le cronache ci dicono che c’era un caldo torrido, e San Bernardino fu colto da una febbre altissima e iniziò a implorare per avere dell’acqua. I confratelli non sapevano dove trovarla quando Bernardino stesso, steso sull’erba a riprendere fiato, mosse la mano e indicò un punto, da cui venne fuori uno zampillo. E lo zampillo si tramutò in una fonte, ancora oggi chiamata fontana di S. Bernardino”.

Mentre si dissetava, con gli occhi infuocati dalla febbre, gli apparve Celestino. I due si abbracciarono e il santo eremita gli affidò L’Aquila. Quando la figura di Celestino si dissolse, Bernardino esortò i suoi confratelli a continuare il viaggio nonostante il suo malore.

Affrontò così gli ultimi chilometri che lo separavano dall’Aquila, stremato, dove morì pochi giorni dopo divenendone patrono, come predetto da Celestino.

Il prodigio è ricordato oggi dalla chiesetta, che attira ogni anno numerosi fedeli sulle orme del santo senese.

L’antico dazio segna il confine tra l’Abruzzo e il Lazio.

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by Redazione
Quota Mille

Pietransieri, 1.359 metri sopra il livello del mare, frazione del comune di Roccaraso (Aq) situata poco al di fuori dell’area dei grandi Altopiani: oggi è un importante centro turistico che domina la valle del Sangro grazie anche alla presenza degli impianti da sci dell’Aremogna, delle splendide vedute e delle interessanti passeggiate.

Il borgo sorse nel 975 d.C., e il nome Petra rivela la sua origine longobarda, mentre Ansieri era il nome probabilmente del fondatore; di quello che c’era purtroppo non è rimasto più nulla, perché il paese fu totalmente raso al suolo durante la seconda guerra mondiale, e il suo nome è oggi tragicamente legato a quegli eventi.

Ma perché la furia della guerra si accanì proprio su questo piccolo paese, così lontano dai centri di potere?” si chiede lo scrittore Peppe Millanta che, insieme a Sem Cipriani e le telecamere Rai, ha raggiunto questa frazione per una nuova puntata della rubrica a cura di Paolo Pacitti,“Quota Mille”, andata in onda proprio in occasione della “Settimana della Memoria”.

“Perché qui – risponde Millanta – nel ’43 decisero di trincerarsi i tedeschi per resistere agli attacchi alleati, sfruttando i confini naturali del territorio come le montagne e il vicino fiume Sangro. Istituirono perciò la Linea Gustav, che portò la guerra lì dove nessuno pensava che sarebbe mai arrivata. La guerra arrivò anche sulle montagne abruzzesi, e lasciò il suo segno. Pietransieri fu uno dei paesi più colpiti, ma fu capace di reinventarsi grazie al turismo. I tedeschi non si limitarono a distruggere il paese: Pietransieri infatti fu teatro dell’Eccidio di Limmari, uno dei più brutali del conflitto. In questo bosco nel ’43 furono uccisi 128 civili, di cui 60 donne, 34 bambini sotto i dieci anni e un bimbo di un mese. I tedeschi arrivarono qui già agli inizi di novembre, requisendo bestiame e alimenti, fino a quando non diedero l’ordine di evacuazione e minarono il paese, distruggendolo. Alcuni abitanti però – prosegue Millanta – non vollero allontanarsi e si ritirarono qui, in queste masserie. La mattina del 21 novembre però, probabilmente per paura che potessero aiutare i partigiani, i tedeschi iniziarono a rastrellarli. Fu una carneficina. Gli abitanti furono fucilati e i loro corpi addirittura distrutti con granate. Ci fu una sola sopravvissuta, una bambina, che si nascose sotto il cadavere della madre”.

Oggi quei martiri riposano nel Sacrario, che viene raggiunto ogni anno da una processione notturna che attraversa il bosco di Limmari e ripercorre i luoghi della tragedia.

Oggi Pietransieri è un luogo della memoria, insignito della medaglia d’oro al valore militare, dove è possibile toccare con mano l’orrore di uno dei periodi più difficili della storia moderna.

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by Redazione
Rocca di Cambio

Rocca di Cambio (L’Aquila), 1.434 metri sul livello del mare; è il comune più alto di tutto l’Appennino che le telecamere Rai con Sem Cipriani hanno osservato insieme allo scrittore Peppe Millanta per una nuova puntata della rubrica a cura di Paolo Pacitti, Quota Mille.

Rocca di Cambio è un affermato centro turistico per gli sport invernali, grazie alla vicina stazione sciistica di Campo Felice. Si trova nella parte settentrionale dell’Altopiano delle Rocche, all’interno del Parco Naturale Regionale Sirente-Velino, immersa in una natura ancora selvaggia.

Non c’è certezza sull’origine del nome. Per alcuni deriva dal Monte Cagno, alle cui pendici sorge il centro, poi cambiato in Cambio. Per altri invece dal fatto che il borgo fu “scambiato” da un signorotto con il Castello di Secinaro, che era più vicino ai propri possedimenti. Per altri ancora, perché qui si trovava una stazione per il cambio dei cavalli.

“Per alcuni mesi del 1952, però, assunse un nome diverso: Montenara- spiega Millanta– Si tratta del luogo di fantasia dove fu esiliato il Don Camillo di Giovannino Guareschi. Il film Il Ritorno di Don Camillo, con Gino Cervi e Fernandel, fu girato infatti proprio qui. A ricordarcelo questa targa. E nel comune di Rocca di Cambio sorge l’Abbazia di Santa Lucia. Fu innalzata nel XII secolo, e dal di fuori appare abbastanza sobria; nulla lascerebbe presagire la meraviglia che contiene: un ciclo di affreschi incredibile della metà del XIV secolo, con scene tratte dal Nuovo. Testamento ma a cogliere subito l’attenzione è la meravigliosa Ultima Cena. Tutti gli apostoli hanno lo sguardo rivolto verso il Cristo, a capotavola, e ognuno è indicato per nome. Ma scorrendo però si nota subito che mancano Giuda Taddeo e Giuda Iscariota, sostituiti da Barnaba e da San Paolo, che nella narrazione biblica arriveranno solo successivamente”.

E’ solo un’ipotesi ma come prosegue Millanta:

Il povero Giuda Taddeo, pur essendo innocente, probabilmente pagò lo scotto di avere un nome troppo simile a quello del traditore, e fu sostituito con qualcun altro di più presentabile. Per quanto riguarda Giuda Iscariota, invece, la situazione è più complessa. Un’’Ultima Cena’ senza di lui infatti sarebbe un unicum assoluto. Vicino a Gesù però si vede una lacuna, la cui forma richiama il profilo di una figura di cui si intuisce un pezzo di abito rosso. Probabilmente Giuda Iscariota era posizionato lì, al di quà della mensa come si era soliti fare al tempo, e di dimensioni molto più piccole rispetto agli altri visto che veniva seguito un codice gerarchico proporzionale.

Non era strano nel Medioevo che alcune icone particolarmente odiate venissero sfregiate o cancellate. Se così fosse, però, ci sarebbe comunque un’Ultima Cena sui generis, formata da tredici apostoli più Gesù. La risposta non la si conosce, ma quel che è certo è che si tratta di uno scrigno ancora tutto da scoprire.

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by Redazione
Tremonti

Frazione di Tremonti del vicino comune di Tagliacozzo (Aq) 1.060 metri sopra il livello del mare: abbarbicata alle pendici del monte Pietra Pizzuta, è circondata dai monti Carseolani.

Confina con la riserva naturale regionale Grotte di Luppa, e per secoli è stata uno dei punti di osservazione più importanti della zona. Le telecamere Rai con Sem Cipriani si sono spinte fin qui insieme allo scrittore Peppe Millanta per una nuova puntata della rubrica a cura di Paolo Pacitti,Quota Mille.

“Il nome deriva dalla sua posizione, inter montes, appunto ‘tra i monti’ – spiega Millanta -, a rimarcare il suo ruolo di sentinella appostata tra le alture.  Il borgo nacque e si sviluppò nel medioevo, intorno alla fortezza costruita dalla famiglia Orsini, un tempo padrona di queste terre: era in contatto visivo con analoghe strutture militari e serviva a controllare i confini marsicani e il tracciato originario della via Valeria”.

Come prosegue Millanta:

 In questi luoghi è possibile trovare tracce di quando l’immaginazione popolare si nutriva ancora di leggende cavalleresche e imprese eroiche: la magica terra d’Abruzzo infatti, dopo la dominazione dei Franchi, fu da subito il terreno ideale per la diffusione di leggende sui Paladini, e la toponomastica di alcune zone ne è ancora intrisa. Ne è un esempio la montagna di Montebove. Il suo nome deriverebbe da Bovo d’Antona, un paladino compagno di Orlando. Sì, proprio quello della Chanson de Roland. Secondo la leggenda i due si sarebbero appostati proprio lì su a spiare l’arrivo dei Saraceni, in un luogo ancora oggi chiamato Guardia d’Orlando.

La storia dell’uomo è frutto anche di percorsi, cammini, tragitti, viaggi, spostamenti e di strade proprio come è accaduto qui, dove passava l’antica via Tiburtina Valeria, una delle opere ingegneristiche più importanti realizzate dai Romani, capace di cambiare il volto alla regione: fu realizzata intorno al 300 a.C. dal console Marco Valerio Massimo Potito, che allungò il precedente tratto che arrivava fino a Tibur, l’attuale Tivoli, fino a raggiungere l’antica Corfinium, nella valle Peligna. Dal nome del tracciato originario e del console che la costruì la si chiamò Tiburtina-Valeria.

L’opera si rese necessaria per scopi difensivi: pochi anni prima infatti i romani avevano fondato due nuove colonie in Abruzzo ossia Alba Fucens e Carseoli.

ori. Da qui la necessità per i romani di movimentare in maniera più veloce le proprie truppe.

La strada fu quindi la soluzione che permise loro di vincere, nonostante le difficoltà di costruire sui luoghi impervi dell’Appennino ed infatti come prosegue Peppe Millanta: “fu successivamente Claudio che allungò ulteriormente il tracciato fino a Ostia Aterni, l’attuale Pescara, congiungendo il Tirreno con l’Adriatico. E proprio lungo il percorso sorsero luoghi come Tremonti, con la sua torre, posta a guardia di questa via di comunicazione fondamentale. Anche le strade, però, invecchiano. E così è successo alla via Tiburtina. Una delle opere ingegneristiche più complesse del tempo, lunga 200 km con due valichi posti a più di mille metri, ha lasciato il passo alla più veloce autostrada”.

Certo è che l’antica strada è ancora qui.

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by Redazione
rocca calascio

Rocca Calascio (L’Aquila) 1.410 metri sul livello del mare, unica frazione del Comune di Calascio, è una delle icone più famose d’Abruzzo, simbolo di un tempo in cui la ricchezza e il potere abitavano in alta quota, ed è raggiunta ogni anno da migliaia di turisti e visitatori.

Da questo punto si possono osservare il Gran Sasso, il Sirente Velino, la Marsica e la Maiella in una panoramica a 360 gradi unica. Le telecamere Rai con Sem Cipriani si sono spinte fin qui insieme allo scrittore Peppe Millanta per una nuova puntata della rubrica a cura di Paolo Pacitti, Quota Mille.

“Il borgo – spiega Peppe Millanta – si sviluppò nel Medioevo intorno alla torre di avvistamento, poi divenuta castello, costruita nell’anno 1140 a seguito della conquista normanna, per volontà di Re Ruggero d’Altavilla. Il motivo per cui una costruzione così imponente fu costruita proprio qui è semplice: per controllare l’immensa spianata che oggi chiamiamo Campo Imperatore, e che un tempo era una sorta di enorme cassaforte, facilmente difendibile grazie alle montagne che la cingono tutta intorno”.

“Ma una cassaforte per custodire cosa? – s’interroga – Uno dei beni più preziosi che in passato si potevano possedere: le greggi, da cui ricavare la ricercatissima lana. A ricordarcelo anche la parola pecunia, che deriva proprio dal latino pecus, che sta per bestiame. Dopo i fasti del periodo della transumanza, iniziò a poco a poco il declino di Rocca Calascio, che ebbe un brusco tracollo nel 1703, con il Grande Terremoto dell’Aquila: il borgo infatti fu quasi completamente abbandonato e la popolazione si trasferì nella sottostante Calascio, fino ad essere definitivamente abbandonato nel 1957″.

Lungo un sentiero, immersa in uno scenario da capogiro, c’è la splendida chiesa, intitolata a Santa Maria della Pietà che come spiega Millanta:

Si ritiene sia stata costruita tra la fine del ‘500 e i primi anni del ‘600, in segno di gratitudine verso la Madonna. La si voleva ringraziare infatti per la vittoria ottenuta contro una grossa banda di briganti provenienti dallo Stato Pontificio, che attentavano alle greggi. Ciò che risalta subito è l’armoniosa struttura, con la sua particolare forma ottagonale che ricalca una simbologia ben precisa. Il numero otto infatti rimanda all’ottavo giorno, simbolo della Resurrezione, e all’Infinito, rappresentato da un otto posto in orizzontale. Un modo quindi per comunicare l’armonia del Creato ai pastori che salivano fin qui, ancor prima che ascoltassero una messa in latino che probabilmente non avrebbero compreso.

E a raccontare che i destinatari fossero proprio i pastori è un’insolita finestra, posta al primo piano. Aveva uno scopo ben preciso: serviva per permettere ai pastori di assistere alla messa mentre controllavano le pecore portate al pascolo.

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by Redazione
calascio

Calascio (L’Aquila), 1.210 metri sopra il livello del mare: con la sua Rocca, è uno dei simboli più famosi d’Abruzzo. Posta in una posizione mozzafiato, a cavallo tra la piana di Campo Imperatore e la valle del Tirino, si trova all’interno del Parco nazionale del Gran Sasso e Monti della Laga.

Le telecamere Rai con Sem Cipriani si sono spinte fin qui insieme allo scrittore Peppe Millanta per una nuova puntata della rubrica a cura di Paolo Pacitti,Quota Mille.

E’ evidente lo stretto rapporto che il borgo ha con la transumanza: è facile infatti restare affascinati di fronte alla chiesa dedicata a San Nicola, il santo dei pastori, o imbattersi addirittura in sculture di pecore.

“Una traccia di quell’antica ricchezza – evidenzia Millanta – la ritroviamo all’interno della Chiesa di Santa Maria delle Grazie, eretta a fine ‘500, un luogo incredibile perché le famiglie proprietarie delle greggi facevano a gara per avervi ognuna il proprio altare, che arricchivano in segno di potere”.

L’interno Santa Maria delle Grazie è ricco di opere e oggetti di estremo pregio, al passo con le mode dei maggiori centri italiani ed europei. Gli altari: sembrano di marmo, il materiale nobile per eccellenza, che però in Abruzzo non c’era. E allora ci si era ingegnati realizzandoli in legno, per poi di trattarli in modo da sembrare marmo.

Tra le opere presenti, c’è anche quella del Cavalier d’Arpino, il maestro di Caravaggio.

“Nella piazza principale di Calascio – racconta Millanta – c’è una fontana che racconta una storia fatta di comunione e di riscatto ed è dedicata a una certa donna Filonilla. L’inizio della storia si perde nella notte dei tempi, perché da sempre l’acqua è stato il grande problema dei calascini, che hanno sofferto la sete per secoli. Unico mezzo per l’approvvigionamento erano delle cisterne che raccoglievano l’acqua piovana dai tetti, appannaggio delle classi più ricche, mentre tutti gli altri erano costretti a rifornirsi nel vicino laghetto. A metà dell’800 però fu finalmente individuata una sorgente, ma la gioia degli abitanti si smorzò quasi subito: si trovava infatti ad una altitudine di 2600 metri e a una distanza di 13 km, e lo Stato non era in grado di coprire i costosissimi lavori. Come per una maledizione l’acqua, a Calascio, sembrava non dover arrivare mai. Fu a quel punto però che entrò in scena una donna ricca e visionaria, Filonilla Frasca, che era convinta che se i calascini volevano l’acqua, dovevano farcela da soli. Offrì quindi le prime 40mila lire, una vera fortuna per quei tempi, contagiando con il suo entusiasmo i compaesani in un processo virtuoso: ogni abitante iniziò a contribuire con quanto poteva. Chi non aveva nulla donava il proprio lavoro, chi era all’estero spediva il denaro. Lavorarono tutti, contro la neve e la pioggia, giorno e notte, strappando al difficile terreno metro dopo metro una conduttura che portò finalmente l’acqua a Calascio”.

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Opi

Opi (L’Aquila) 1.250 metri sopra il livello del mare, si trova nel bacino dell’Alto Sangro e sorge proprio al centro di un suggestivo anfiteatro composto dai monti Marsicani.

Il borgo è incluso nell’area del Parco Nazionale d’Abruzzo, Lazio e Molise, e ha meritato la bandiera arancione dal Touring Club Italiano. Il borgo ha incuriosito le telecamere Rai che con Sem Cipriani si sono spinte fin qui insieme allo scrittore Peppe Millanta per una nuova puntata della rubrica a cura di Paolo Pacitti,“Quota Mille”.

“L’origine del nome – spiega Millanta – è incerta. Potrebbe derivare dal termine indigeno “ops”, cioè lavoro agricolo, o dal latino “oppidum”, ovvero città fortificata. Secondo altri invece, è legato alla divinità arcaica romana di Ope, dispensatrice dell’abbondanza, cui forse in tempi antichi era dedicato un tempio posto proprio su questa collina. Opi ha conservato intatte le sue caratteristiche originarie: nasce infatti nel tardo medioevo, nel periodo dell’incastellamento, e così è rimasta da allora, con la caratteristica struttura “a fuso”, con le case tutte vicine l’una all’altra a comporre una fortificazione verso l’esterno”.

Opi ha la sua importanza anche perché qui è stato salvato il camoscio d’Abruzzo: la specie fu scoperta nel 1899 ed è stata distinta dal camoscio alpino, con cui veniva confusa; a più riprese ha rischiato l’estinzione.

Nel 1913 fu istituita anche una legge che ne vietava la caccia, la prima del genere in Italia, ma non bastò: negli anni ’20 non erano rimasti che 15-20 capi. La svolta si ebbe con l’istituzione del Parco Nazionale, nel 1922 e come specifica Millanta: “Un’attenta gestione degli animali, e luoghi di sensibilizzazione come il Museo, hanno permesso oggi la presenza in Abruzzo di circa 3200 animali, divisi in 5 colonie presenti nei maggiori Parchi della Regione”.

Il borgo di Opi è famoso anche per il legame con l’artista olandese Escher, probabilmente il più grande incisore del ‘900: un vero e proprio rivoluzionario per tutto quello che riguarda la prospettiva e la divisione dello spazio.

Celebri sono i suoi disegni rompicapo, le sue scale senza fine, i suoi paradossi geometrici; si spinse fino ad Opi per realizzare un libro illustrato dedicato all’Abruzzo, regione di cui si era innamorato tanto da visitarla più volte.

L’accoglienza in questa terra in realtà non fu delle migliori: Escher infatti al suo arrivo fu scambiato addirittura per uno degli attentatori del Re Vittorio Emanuele III, e quindi interrogato e trattenuto dalle forze dell’ordine.

Chiarito l’equivoco, Escher realizzò così 28 incisioni raffiguranti alcuni dei borghi abruzzesi che incontrò nel suo vagabondare a dorso di mulo, tra cui appunto il borgo di Opi, visto da questa prospettiva inusuale; il libro non fu dato mai alle stampe, ma oggi il profilo di Opi, grazie al tratto unico di Escher, è ammirato ogni anno da migliaia di ammiratori dell’incisore olandese, che nelle sue lettere riguardo ai suoi viaggi in Abruzzo diceva “Mi piace godermi l’inatteso”.

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bisegna

Bisegna (L’Aquila) 1.210 metri sopra il livello del mare; sorge su uno sperone roccioso posto ai piedi della Montagna Grande, proprio all’inizio della Valle del Giovenco.

È situato all’estremità settentrionale del Parco Nazionale d’Abruzzo, ed è punto di partenza di numerosi itinerari naturalistici. Le telecamere Rai con Sem Cipriani si sono spinte fin qui insieme allo scrittore Peppe Millanta per una nuova puntata della rubrica a cura di Paolo Pacitti,“Quota Mille”.

Il borgo attuale, edificato nel periodo dell’incastellamento, probabilmente sorge sulle rovine dell’antico castello Visinio, dei Marsi, distrutto nel 270 a.C.

Il nome potrebbe significare “esce dal fiume”, a ricordare la presenza qui della sorgente del Giovenco, e si è modificato nel tempo fino all’attuale denominazione di Bisegna.

La fortuna del borgo – spiega Millanta – è sempre stata legata alla sua posizione strategica: qui infatti il Fucino si collega con la Marsica, e ne è testimonianza la torre, utilizzata in passato per gli avvistamenti e per il controllo del passo, e in collegamento ottico con altre torri poste lungo la valle. Ma sparsi per il borgo ci sono dei segni più meno evidenti, che ci possono raccontare molto dell’importanza del luogo. Si tratta – prosegue – di queste mezzelune, che troviamo scolpite in molte costruzioni: rappresentano il crescente lunare, simbolo della famiglia romana dei Piccolomini, signori del luogo. Poco più avanti troviamo incisa la scritta ‘Audaces Fortuna Iuvat 1541’ e al centro una mezzaluna posta su una colonna: con ogni probabilità celebra un avvenimento accaduto tra i Piccolomini e i Colonna, i loro acerrimi nemici, che avevano come stemma, appunto, una colonna.

Nei dintorni di Bisegna si trovano delle pietre rossastre: si tratta di bauxite, un minerale da cui si estraggono ferro e alluminio; a San Sebastiano dei Marsi infatti, frazione di Bisegna, nel 1844 fu costruita una ferriera, di cui oggi si possono ammirare i resti, che veniva rifornita grazie ad un sentiero d’alta quota che arrivava fino alla miniera della vicina Lecce nei Marsi, nella località non a caso definita Collerosso.

A parlarne è anche un testimone d’eccezione, il viaggiatore e scrittore inglese Edward Lear, che passò di qui l’anno prima della sua apertura e che riporta nel suo diario un divertente aneddoto: pare che nello stesso periodo, nelle vicinanze, fosse stata aperta anche una fabbrica per estrarre lo zucchero dalle patate, e che gli abitanti, di fronte a tutte queste novità, fossero ancora un po’ confusi, tanto da domandargli se fosse uno di quegli stranieri arrivati lì per tirare fuori lo zucchero dal ferro.

Fu scelto proprio questo luogo per alcuni fattori strategici, come l’abbondanza delle acque, e la vicinanza dei boschi per il legname. E da qui quindi si può immaginare che partisse una lunga processione di animali da soma, muniti di ceste e sacchi.

La ferriera produceva per lo più oggetti per il camino, grate, e ringhiere per i balconi, come se ne vedono ancora tante per le case del paese, e fu dismessa alcuni decenni dopo. Oggi sul posto sono ancora visibili i suoi ruderi, mentre si è lasciato spazio alla costruzione dell’acquedotto.

Ma il percorso che portava dalla miniera alla ferriera compone oggi il Cammino della Bauxite, inserito nella Rete Italiana dei Cammini.

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