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Category Archives: Turismo

Frattura

Frattura, aggrappata a uno dei panorami più suggestivi d’Abruzzo, ricalca uno dei momenti più drammatici della regione Abruzzo. È posto a metà tra due mondi: da un lato il paesaggio lunare del Monte Genzana, dall’altra i boschi lussureggianti della Valle del Sagittario, con la vista unica sul lago di Scanno.

Frattura Vecchia, si trova a 1307 metri sopra il livello del mare, a qualche chilometro dal centro abitato di Scanno (L’Aquila): il borgo fu fondato dai conti Di Sangro intorno al X secolo e il nome deriva dalla frana, ancora oggi visibile, che in epoca preistorica sbarrò il sottostante fiume formando così il lago di Scanno. Le telecamere Rai con Sem Cipriani si sono spinte fin qui insieme allo scrittore Peppe Millanta per una nuova puntata della rubrica a cura di Paolo Pacitti,Quota Mille.

A differenza dei paesi vicini, che riportarono solo alcuni danni, Frattura fu completamente spazzata via dal terremoto del 1915, circostanza strana vista la lontananza dall’epicentro.

“La colpa fu proprio dell’antica frana su cui Frattura fu costruita: il materiale incoerente che viene smosso da una frana amplifica l’onda sismica, causando maggiori danni rispetto a edifici posti su un terreno roccioso –  spiega Peppe Millanta. – Fu una vera tragedia. Le vittime furono 120, quasi l’intera popolazione presente. Si trattava per lo più di donne e bambini, perché gli uomini transumavano in Puglia o erano emigrati negli Stati Uniti”. 

“Oggi l’unico abitante qui sembra essere il silenzio, e lo stupore nel vedere il paese restato immobile, come se fosse incastrato nell’ultimo frame della tragedia. Ma dove la storia di Frattura Vecchia finisce, inizia quella di Frattura Nuova” continua Millanta.

Dopo un periodo in cui gli abitanti furono spostati in un campo di casette prefabbricate, tra il 1932 e il 1936 fu infatti edificato il borgo nuovo. E a farlo fu Mussolini in persona: “Siamo in pieno regime fascista, e lo si nota dagli stilemi urbanistici tipici: gli edifici sono tutti perfettamente allineati e con linee pulite e semplici, mentre gli edifici pubblici sono posti al centro, come la chiesa e la scuola”.

Nel 1917 infatti, durante la Grande Guerra, Mussolini si trovava sul Carso quando durante un’esercitazione fu ferito da una pioggia di schegge. E pare che proprio in quel frangente fu salvato da un abitante di Frattura, all’epoca appena distrutta dal terremoto, che gli raccontò la sua sciagura. Dopo 20 anni il Duce saldò il suo debito costruendo tre caseggiati, marchiati con le prime tre lettere dell’alfabeto.

Oggi Frattura ospita il Museo delle Arti e delle Tradizioni Popolari, un vero e proprio museo etnografico dove viene raccontata la storia di Frattura Vecchia, e la costruzione del nuovo borgo.

Il viaggio tra i borghi d’Abruzzo continua su Buongiorno Regione; novità, curiosità e qualche piccola anticipazione sono sulla pagina Facebook  https://www.facebook.com/peppemillanta, dov’è possibile saperne di più anche sulla puntata dedicata a Frattura.

 

by Redazione
Santo Stefano di Sessanio

Santo Stefano di Sessanio (Aq), 1.251 metri sopra il livello del mare, si trova a ridosso del Gran Sasso: è una delle perle d’Abruzzo; vicino alla piana di Campo Imperatore, fa parte anche del Club dei Borghi più belli d’Italia.

Inoltre il borgo è compreso all’interno del Parco Nazionale del Gran Sasso e Monti della Laga.

Il paese venne eretto tra l’XI e il XII secolo sui ruderi di un pago chiamato Sextantia, da cui il nome attuale, che indicava la distanza di sei miglia romane da Peltuìnum, al tempo crocevia dei traffici che da Roma portavano sull’Adriatico.

Il nucleo centrale è l’imponente Torre, intorno alla quale il paese si è sviluppato con le caratteristiche case-torri e case-mura medievali.

Le telecamere Rai con Sem Cipriani si sono spinte fin qui insieme allo scrittore Peppe Millanta per una nuova puntata della rubrica a cura di Paolo Pacitti, Quota Mille.

“Una curiosità romantica – spiega lo scrittore – tra i suggestivi vicoli di Santo Stefano potreste imbattervi in un piccolo passaggio chiamato Buscella. Si racconta che nel medioevo i giovani innamorati si dessero appuntamento proprio qui per rubarsi baci fugaci, approfittando della strettoia che li costringeva a sfiorarsi”.

“Santo Stefano di Sessanio – prosegue Millanta – raggiunse il suo massimo splendore alla fine del ‘500, quando divenne possedimento della potente famiglia dei Medici che giunse qui attratta dalle numerose greggi presenti e in particolare dalla “carfagna”, una lana molto pregiata per il tempo, morbida e naturalmente colorata per la presenza di pecore nere, che veniva utilizzata per le uniformi militari e per il saio dei monaci e venduta in tutta Europa”.

Santo Stefano divenne così la base operativa dei Medici: la lana veniva prodotta qui e poi lavorata a Firenze; oggi quella qualità di pecore non viene più allevata, ma Santo Stefano ha recuperato la sua tradizione.

La famiglia dei Medici è ricordata soprattutto per le banche, ma il loro potere si fondava soprattutto sulla filiera della lana: una vera e propria macchina di consenso, che dava lavoro a moltissimi fiorentini che hanno sostenuto la famiglia in molti momenti critici, come la “congiura dei Pazzi”.

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by Redazione
Rovere

Rovere 1.432 metri sopra il livello del mare, frazione del comune di Rocca di Mezzo (Aq): sorge ai piedi della catena montuosa del Sirente sull’altopiano delle Rocche, in un reticolo di centri turistici e note stazioni sciistiche come i Piani di Pezza, Campo Felice e il Monte Magnola.

Il nome deriva da Robur, una varietà di quercia che nasce proprio a queste altezze.

Il paese ha origine antichissima, posto al confine tra il territorio dei Vestini e quello dei Marsi, sulla strada che oggi congiunge l’Aquila con il Fucino. In epoca medievale, nella sua parte più alta, fu costruita una fortezza triangolare con tre torrette di guardia a controllo dell’altipiano chiamato Castello Frangipane. Oggi non restano che i resti di una delle tre, che però restituiscono il suo ruolo di vedetta.

Rovere ospita poi il Centro Visita dedicato al Camoscio e l’annessa Area Faunistica, entrambi gestiti dal Parco Regionale del Sirente Velino che le telecamere Rai con Sem Cipriani hanno visitato insieme allo scrittore Peppe Millanta per una nuova puntata della rubrica a cura di Paolo Pacitti, Quota Mille.

La specie simbolo d’Abruzzo fu scoperta nel 1899, distinguendola dal camoscio alpino, con cui veniva confuso, ed è stata a più riprese a rischio estinzione. Nel 1913, per fare fronte a questa emergenza, fu istituita anche una legge che ne vietava la caccia, la prima del genere in Italia, ma non bastò: negli anni venti non si contavano che pochissimi esemplari.

“La svolta – spiega Millanta – si ebbe con l’istituzione del Parco Nazionale d’Abruzzo, nel 1922, che salvò quanto rimasto e permise a questo animale di crescere di numero. Oggi in Abruzzo, grazie a un gioco di squadra tra i vari parchi, si contano circa 3200 animali, divisi in 5 colonie. E da qui è possibile ammirarli in semilibertà, prima del rilascio in natura”.  

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by Redazione
Forme

Forme, 1.020 metri sopra il livello del mare, frazione del comune di Massa d’Albe (Aq). Situata alle pendici del Monte Velino, si trova al centro della Marsica, tra il sito archeologico di Alba Fucens e la stazione sciistica di Ovindoli, non lontano dalla piana del Fucino; lo scrittore abruzzese Peppe Millanta, insieme a Sem Cipriani e le telecamere Rai, ha raggiunto questo caratteristico luogo per una nuova puntata della rubrica a cura di Paolo Pacitti, Quota Mille.

Il paese è posto in una posizione vantaggiosa, su un’altura vicina alle vie di transito, tanto che nel ‘700 era uno dei centri più importanti della zona, prima dello spopolamento del dopoguerra.

Grazie alla sua natura selvaggia, Forme fu scelta più volte come scenario di film che necessitavano di un non-tempo e di un non-luogo.

Il colossal “La Bibbia”, ad esempio, diretto nel 1966 da John Huston, uno dei maestri del cinema hollywoodiano degli anni d’oro. E il “Deserto dei Tartari”, il film tratto dal romanzo dello scrittore Dino Buzzati, opera che lo consacrò tra i grandi scrittori del ‘900.

Come spiega Millanta: “Proprio a Forme, a fine ‘800, gli occhi di un bambino hanno imparato a lasciarsi sorprendere dalle meraviglie dell’Universo. Sono quelli di Domenico Pacini, uno dei primi ‘Nobel mancati’ italiani”.

Fisico, meteorologo, membro dell’Accademia dei Lincei, collaboratore di Guglielmo Marconi, è stata una delle menti più brillanti del ‘900, che contribuì a risolvere uno dei più grandi misteri della fisica: l’origine della radioattività naturale sulla Terra.

“L’ipotesi più accreditata al tempo – prosegue Millanta – era che questa radioattività, da poco scoperta, provenisse dalla crosta terrestre. Pacini però iniziò a misurarla al di sotto degli specchi d’acqua, e scoprì che più si scendeva in profondità, più la radiazione diminuiva. In qualche modo, quindi, la radiazione doveva provenire dall’alto e avere una origine extra-terrestre: è la scoperta dei raggi cosmici”.

Pacini pubblica i suoi risultati a febbraio del 1912, mentre a settembre dello stesso anno un austriaco, Victor Hess, grazie a delle mongolfiere scopre che l’intensità della radiazione aumenta al crescere dell’altezza.

I loro risultati furono accettati soltanto nel 1936, quando Hess riceve il Premio Nobel per la Fisica. Pacini purtroppo non era candidabile perché morto già da due anni, pur essendo il suo contributo riconosciuto nella motivazione.

E oggi l’uomo che scoprì i raggi cosmici è sepolto nel cimitero di Forme. Nel luogo dove i suoi occhi di bambino impararono a stupirsi delle meraviglie dell’Universo, che grazie al suo contributo divenne meno oscuro.

by Redazione
Collebrincioni

Collebrincioni, 1.125 metri sopra il livello del mare, frazione dell’Aquila: ubicata sotto il massiccio del Gran Sasso, è un luogo che è stato testimone di molti degli eventi storici avvenuti nella conca aquilana. È posta a nord del capoluogo, al confine con il Parco Nazionale del Gran Sasso e Monti della Laga.

L’origine dell’insediamento è molto antica: sulla sommità di Monte Verdone si rilevano infatti i resti di un centro fortificato.

Le telecamere Rai con Sem Cipriani insieme allo scrittore Peppe Millanta hanno raggiunto questa frazione per la rubrica a cura di Paolo Pacitti,Quota Mille e come spiega Millanta: Collebrincioni è rinomata per essere stato a lungo il possedimento della ricca famiglia dei Branconio, da cui il paese prende parte del nome, di cui faceva parte Giovanni Battista Branconio, uno degli uomini più potenti della Roma cinquecentesca. Era amico stretto, tra gli altri, di Raffaello, che lo omaggiò addirittura dipingendolo nel suo “Autoritratto con un amico”, e al quale commissionò l’opera della Visitazione per la cappella di famiglia all’Aquila, che fu poi però presa dagli spagnoli e portata a Madrid”.   

Collebrincioni fu rasa al suolo dal terremoto del 1703 e ricostruita tra due alture, che la fecero sviluppare lungo i suoi pendii ed il nome di Collebrincioni è indissolubilmente legato alla strage compiuta nel ’43, ricordata come l’Eccidio dei IX Martiri.

“È il 23 settembre – racconta Millanta – Mussolini è stato da poco liberato dai tedeschi nel vicino Gran Sasso, e i nazisti hanno occupato l’Aquila allestendovi il proprio comando. Per paura di essere costretti ad arruolarsi, molti giovani aquilani lasciano la città per rifugiarsi in montagna, e in alcuni casi con i partigiani. Tra questi, un gruppo di nove amici, che deve raggiungere Collebrincioni per incontrarsi con il colonnello D’Inzillo, padre di uno dei nove, che li porterà al Bosco Martese dove si sta organizzando la resistenza”. 

“I ragazzi – prosegue – arrivano di notte e si mettono ad aspettare. Nessuno dorme per l’eccitazione. Ma le voci che sentono l’indomani sono quelle dei tedeschi, che stanno compiendo un rastrellamento. I ragazzi sono in trappola. Provano a resistere per alcune ore, poi fuggono ma uno di loro viene ferito. Gli altri non lo abbandonano, tornano indietro e tutti e nove vengono catturati e portati proprio qui, a questa fonte poi a l’Aquila dove sono sommariamente interrogati. Sono costretti a scavare due grandi fosse prima di essere fucilati e buttati dentro. La notizia dell’eccidio fu tenuta segreta per timore di ritorsioni. Fu raccontato che i ragazzi erano stati deportati, e le salme furono ritrovate soltanto l’anno dopo, tra la commozione dell’intera città”.

E oggi Collebrincioni ricorda quanto avvenuto con un cippo, che racconta il destino di quei nove ragazzi, tutti tra i 17 e i 20 anni, che trovarono la morte lì dove cercavano salvezza.

by Redazione
crognaleto

Crognaleto (Te) 1.105 metri sopra il livello del mare: le telecamere Rai con Sem Cipriani insieme allo scrittore Peppe Millanta visitano una delle 21 frazioni dell’omonimo comune per la rubrica a cura di Paolo Pacitti,“Quota Mille”.

Crognaleto è situato nella parte più alta della montagna teramana, tra il Gran Sasso e il Monte Gorzano. Si trova su di un elevato altopiano ricco di pascoli, di boschi e di scroscianti acque, all’interno del Parco del Gran Sasso e dei Monti della Laga.

Il nome deriva dal termine dialettale ‘crognale’, che significa corniolo, un albero da frutto spontaneo che abbondava in zona.

La storia di questo grande territorio è antichissima e di grande prestigio: sono infatti presenti tracce umane del neolitico, e molti degli insediamenti risalgono all’epoca pre-romana. Il periodo più florido si ebbe però nel medioevo, quando tutta l’area passò sotto gli Acquaviva di Atri, interessati alla posizione strategica del territorio, passaggio all’epoca obbligato che univa l’Aquila e Teramo.

C’è un santuario dal nome curioso a Crognaleto: la Madonna della Tibia.

Si tratta di una suggestiva chiesetta rupestre posta ai piedi di uno sperone di roccia. Fu edificata nel 1617 come ci racconta l’epigrafe presente al centro della facciata, firmata da un certo Berardino Paolini.

Come spiega Millanta: “Un’antica leggenda popolare lega il culto proprio a questo personaggio. Si tratterebbe di un mercante di Amatrice, che sarebbe precipitato proprio qui con tutto il suo carico in un burrone. Terrorizzato, avrebbe allora invocato la Madonna, cavandosela con la sola frattura della tibia e salvando il carico. Per la grazia ricevuta, avrebbe quindi fatto edificare questa chiesetta. Leggenda appunto. In realtà il nome deriva da Tibbla, un insediamento presente qui vicino, e Berardino Paolini non era altri che il parroco di Crognaleto, che fece edificare la chiesetta per traslarvi un’icona mariana, oggi ospitata in un’altra chiesa”.

Resta comunque intatto il fascino di questo luogo, un tempo luogo di passaggio: ecco perché alla chiesetta fu annessa una locanda, per il ristoro dei viandanti e il riposo dei pellegrini.

Il viaggio tra i borghi d’Abruzzo continua su Buongiorno Regione; novità, curiosità e qualche piccola anticipazione sono sulla pagina Facebook  https://www.facebook.com/peppemillanta, dov’è possibile saperne di più anche sulla puntata dedicata a Crognaleto.

by Redazione
mascioni

Mascioni (Aq) 1.329 metri sul livello del mare, frazione del comune di Campotosto: offre un suggestivo paesaggio incontaminato, immerso nella più assoluta tranquillità.

Il centro è situato nel Parco del Gran Sasso ed è scelto ogni anno da numerosi turisti che ne apprezzano la posizione e i panorami.

Una leggenda racconta che legato a questi luoghi fosse Ettore Fieramosca, il leggendario condottiero della Disfida di Barletta, che nel 1503 vide fronteggiarsi 13 cavalieri italiani e 13 cavalieri francesi in uno scontro per l’onore.

Il confronto finì con l’insperata vittoria degli italiani, e l’evento divenne l’emblema del patriottismo e fu riutilizzato più volte nel tempo: durante il risorgimento, grazie al romanzo di Massimo D’Azeglio, e durante il fascismo, con la trasposizione cinematografica a cura di Alessandro Blasetti.

“Legata a questa leggenda ce n’è un’altra sul nome di Mascioni”-spiega lo scrittore abruzzese Peppe Millanta che, insieme a Sem Cipriani e le telecamere Rai, ha raggiunto questa caratteristica frazione per una nuova puntata della rubrica a cura di Paolo Pacitti, Quota Mille.

“Questa leggenda – prosegue – racconta che quando Ettore Fieramosca partì per la disfida, i nemici ne approfittarono per distruggerne il paese, costringendo gli abitanti superstiti a “rammascionarsi”, cioè a unirsi insieme. Da cui il nome di Mascioni. Sono entrambe leggende, è ovvio. Ma sicuramente hanno plasmato e hanno tanto da raccontarci di un luogo e dei suoi abitanti”.

Mascioni è posta sul meraviglioso lago di Campotosto, il più grande lago artificiale d’Italia e il secondo in Europa, con la sua caratteristica forma a Y.

Si trova a più di 1300 metri d’altezza, ha una superficie di 1400 ettari e raggiunge una profondità massima di 35 metri. Un tempo, dove ora c’è l’acqua, c’era una conca coltivata e utilizzata per il pascolo, fino a quando non fu sfruttata per realizzare energia elettrica.

I lavori per la costruzione delle dighe iniziarono nel 1939, e oggi il lago di Campotosto, sfruttando un dislivello di quasi 300 metri, alimenta gli impianti idroelettrici della Valle del Vomano. Ma soprattutto, ospita un’area naturale protetta dedicata al popolamento animale.

L’ecosistema della Riserva infatti è favorevole alla avifauna, ed è diventata una sorta di grande pista d’atterraggio per gli uccelli migratori che seguono per i loro spostamenti la dorsale montuosa: un luogo franco per numerose specie di uccelli rari in Abruzzo come la gru e l’oca selvatica, che compiono ogni anno centinaia di chilometri trovando qui ristoro.

Come sottolinea Millanta: “Quello che colpisce è il panorama unico. Ogni anno il lago è meta di migliaia di turisti che vengono a rifugiarsi qui, in questa oasi di azzurro e di verde. D’inverno poi, la vista del lago ghiacciato offre uno spettacolo assolutamente incredibile”.

by Redazione
villetta barrea

Villetta Barrea (Aq), 990 metri sul livello del mare: come la vicina Civitella Alfedena, anche Villetta nasce a seguito della distruzione di Rocca Intramonti, intorno al 1400.

Adagiata lungo il fiume Sangro e dominata dai vicini monti, Villetta Barrea è ricca di scorci ed è famosa per le splendide escursioni naturalistiche che partono da qui: il vicino lago, i monti marsicani e la splendida Camosciara sono solo alcune delle mete raggiungibili.

“Il suo destino è stato strettamente legato all’andamento dell’industria armentizia: transumanza e pascolo degli ovini infatti sono stati l’ossatura del sistema economico di Villetta, come oggi ci ricorda il suo Museo della Transumanza” spiega lo scrittore abruzzese Peppe Millanta che, insieme a Sem Cipriani e le telecamere Rai, ha raggiunto questo caratteristico luogo per una nuova puntata della rubrica a cura di Paolo Pacitti, “Quota Mille”.

Come prosegue Millanta:

Qui, comunque, a farla da padrona è la natura: non sarà affatto difficile infatti fare incontri particolari lungo le suggestive vie del borgo. A Villetta Barrea c’è anche uno dei simboli più famosi del parco, e quando ci si trova ai suoi piedi è facile intuirne il motivo ed è il Faggio del Pontone: si tratta di un albero monumentale alto ben 25 metri e con un diametro di più di 8. Si pensa che sia il risultato di più alberi cresciuti insieme e poi fusi in uno, diversi secoli fa. Pensate, per alcuni è qui a dominare il bosco addirittura da 750 anni. Potremmo definirlo il ‘faggio madre’, perché è stato salvato dal taglio per la legna affinché potesse spargere i suoi semi per far crescere nuovi faggi.

A Villetta Barrea, dove un tempo c’era un’umile casa, ha inizio una delle storie più incredibili dell’Abruzzo montano: quella di Benedetto Virgilio, il poeta bifolco, che dai pascoli abruzzesi arrivò a suon di versi fino a Roma.

Nacque nel 1602 da una famiglia di umili origini, dedita alla pastorizia e all’agricoltura. Ed è proprio durante le pause che l’attività di pastore gli concedeva, che il giovane Benedetto, da autodidatta, impara a leggere e a scrivere, dilettandosi nello studio dei maggiori poeti italiani: Dante, Ariosto e Tasso.

Dopo alcune composizioni estemporanee, Benedetto decide di lanciarsi addirittura nella composizione di un poema, che dedica alla vita di Sant’Ignazio da Loyola, padre dei Gesuiti.

L’opera ebbe un’eco incredibile sia nel Regno di Napoli, che poi in tutta Italia, tanto che il Poeta Bifolco, come iniziarono a chiamarlo, fu invitato a trasferirsi a Roma dai Gesuiti.  Presto entrò nelle grazie di Papa Alessandro VII, che gli concesse una stanza in Vaticano, una pensione da 70 scudi annui e la croce di Cavaliere di Cristo, uno dei riconoscimenti più prestigiosi del Vaticano.

Dopo aver continuato a comporre versi nei migliori salotti romani, Benedetto morì nel 1666 e fu sepolto addirittura nella Basilica di San Pietro, dove ancora oggi riposa, vicino a Papi e Santi.

E proprio Papa Alessandro dettò per lui questo epitaffio, riportato sulla targa: “Non sarei stato inferiore a Virgilio se la sorte avesse fatto nascere me cittadino e lui agricoltore”.

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by Redazione
Pianella

Pianella, il borgo del Pescarese a forma di cuore: è la sorprendente scoperta fatta da un drone che ha immortalato la fiabesca immagine della cittadina innevata.

Uno scatto diventato subito virale e realizzato da Mirco Planamente dell’agenzia di comunicazione Mediaplus da sempre impegnata nella promozione del territorio locale e regionale.

Nonostante quello passato sia stato un weekend difficile sotto il profilo meteorologico (che ha visto proprio Pianella tra i territori più colpiti), lo scatto restituisce anche la bellezza e la magia che solo un paesaggio innevato sa regalare.

Dunque, l’Abruzzo terra forte e gentile: dopo il lago di Scanno, anche Pianella dimostra come il cuore, sia per noi abruzzesi un simbolo che ci rappresenta a pieno.

by mediaplus.adv
Gioia Vecchio

Gioia Vecchio (Aq) 1.404 metri sopra il livello del mare; a qualche chilometro dal centro abitato di Gioia dei Marsi è un piccolo borgo dell’Appennino centrale, di quelli che maggiormente hanno risentito dell’emigrazione tanto da essere oggi completamente disabitato.

Conserva però intatto il fascino di un tempo, e oggi è un piccolo paradiso all’interno del Parco Nazionale d’Abruzzo, Lazio e Molise.

Il borgo fu edificato probabilmente dopo l’invasione dei Saraceni, durante il X secolo, che arrivarono qui seguendo il fiume Sangro, la cui sorgente dista pochi chilometri.

A seguito di quell’evento gli abitanti della zona decisero di unirsi fondando questo centro, ritenuto più sicuro, perché situato in posizione dominante rispetto all’importante Passo del Diavolo, che collega il Fucino con la zona di Pescasseroli.

“Un periodo florido si ebbe con la transumanza, che passava proprio di qui, ma già a metà del ‘700 le mutate condizioni socio-economiche convinsero gli abitanti a scendere a valle costruendo il nuovo borgo di Manaforno, l’attuale Gioia dei Marsi – spiega lo scrittore abruzzese Peppe Millanta che, insieme a Sem Cipriani e le telecamere Rai, ha raggiunto questo caratteristico luogo per una nuova puntata della rubrica a cura di Paolo Pacitti,Quota Mille. – Il colpo di grazia definitivo però si ebbe nell’800, con il prosciugamento del Fucino: a poco a poco gli abitanti si spostarono tutti vicino ai nuovi terreni resi coltivabili”.

Il paese risulta quindi oggi totalmente disabitato. Ma è un luogo di grande suggestione, apparentemente senza tempo:

“Se vi trovate a passare di qui – prosegue Millanta – sicuramente rimarrete colpiti dalla chiesa di San Vincenzo, una vera e propria cattedrale nel deserto. Risale al 1749 e fu distrutta dai bombardamenti durante la seconda guerra mondiale per poi essere ricostruita rispettando l’architettura originaria”.

Una pietra posta ai suoi piedi suona oggi ironica: “Dove risorge la Chiesa Rinasce il Paese”.

La perla del luogo però è sicuramente il belvedere, che si apre su uno dei luoghi più suggestivi del Parco: la zona è infatti tra le più selvagge e vede il transito di numerosissime specie animali protette, tra cui l’orso bruno marsicano, che frequenta la zona per la presenza di vecchi alberi da frutta ormai abbandonati, di cui è ghiotto.

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